Verdi – Nabucco

VERONA – Scintilla del Quarantotto non fu il Nabucco, inaugurato in pace alla Scala sei anni prima. Detonatore operistico fu semmai il Teatro Carolino di Palermo con la donizettiana Gemma di Vergy (novembre 1847) dove a cantare di patria e libertà era lo schiavo arabo Tamas: tumulti in sala e dopo meno di due mesi insurrezione armata contro i Borboni. Ma la Drammaturgia ha ragioni che la Storia non conosce; dunque a segnare la rinascita del festival veronese dopo anni di quaresima ben venga la celebrazione di un mito fondativo dell’identità nazionale, incluse fucilate e cannonate a tempo di musica nonché un “Va’ pensiero” bissato a furor di popolo. Pazienza se nel 1842 l’onore toccò invece a “Immenso Jeovha (sic)”. Tanto più se a firmare tutto l’ambaradàn è il francese Arnaud Bernard, a dire del quale “l’opera e la musica di Verdi potevano accendere gli animi più di mille proclami”. All’ingrosso ci può stare, e così Alessandro Camera evoca con unica scenografia rotante: una Scala semidiroccata e oppressa dalle barricate, il suo foyer divenuto quartier generale del nemico, la sala del Piermarini ove si finge una recita in compendio dell’opera verdiana.
Storicismo 2.0 pure nei costumi disegnati dallo stesso Bernard: Nabucco è un clone del maresciallo Radetzky – e non Cecco Beppe, come predica la nota di regia – Ismaele un ufficialetto sabaudo, Abigaille e Fenena damazze in abito di corte, Zaccaria un manesco agitatore carbonaro. Fra stuoli di popolani e borghesi uniti nella lotta, un battaglione interforze di fanti in bianca giubba, honvéd ungheresi, dragoni a cavallo (tanti cavalli, carrozze e carretti; Zeffirelli docet), sventolio di tricolori e aquile bicipiti, par di vedere un Visconti d’annata aggiornato al clima di stato d’assedio che accoglieva il pubblico all’ingresso di piazza Bra: barriere antisfondamento, cani molecolari, metal detector. Veri anche gli spari; per fortuna a salve, oppure Nabucco cadrebbe stecchito per mano di attentatori e non di un pedagogico fulmine divino. “È stata un’operazione complessa”, ammette il sovrintendente Giuliano Polo; a confortarlo ecco i dati del botteghino che per la prima segnano un’occupazione sopra il 90%.
Il veterano Daniel Oren, che dal 1984 ha guidato in Arena 45 titoli per 28 stagioni, non teme manco le artiglierie. Più cauto e analitico del consueto il suo gesto, gagliarda prova del coro che qui fa la parte del leone, orchestra a rimorchio senza troppi affanni nonostante il caldo afoso del catino areniano. Qualcosa da rivedere nel cast, dove la Fenena di Carmen Topciu primeggiava grazie a un fraseggio sempre morbido e raffinato. Il protagonista George Gagnidze, dopo un esordio da cattivone generico, entrava meglio in partita al terzo atto; Tatiana Melnychenko era un’Abigaille dimezzata: voce cospicua, azione da virago, e pregevole andante patetico “Anch’io dischiuso”. Ma la successiva cabaletta del trono aurato naufragava tra acuti ghermiti a stento e berci simil-veristi in ottava bassa; poi si riscattava nella scena della morte. Ismaele (Walter Fraccaro) e Zaccaria (Stanislav Trofimov) si prodigavano nell’impegno scenico senza risultati musicali adeguati. Bene i comprimari, specie Romano Dal Zovo come Sacerdote di Belo.
Carlo Vitali

 

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