Verdi – Otello

Verdi - Otello

ROMA
[interpreti] M. Poplavskaja, A. Antonenko, G. Meoni
[direttore] Riccardo Muti
[regia] S. Langridge
[teatro] dell’Opera

L’aspettativa per il debutto di Riccardo Muti all’Opera di Roma era spasmodica. A tal punto da far perdere di vista al pubblico, tutto preso dal magistero del celebre direttore, il vero problema dell’edizione di Otello andata in scena nella capitale. Ossia, il problema di una regia totalmente priva di idee, superficiale, sciatta. È quella che Stephen Langridge confezionò l’estate scorsa per il Festival di Salisburgo, ma non lo si crederebbe. Sulle rive della Salzach capita di assistere a spettacoli sbagliati nel “Konzept” ma comunque importanti, realizzati a regola d’arte. Questo di Landgridge invece sbagliato non è ma nemmeno incisivo. Non arrischia un’idea sui personaggi: di Desdemona e del suo modo d’essere non v’è l’ombra di un perché: né pia, né onirica, né vittima, né colpevole. Lui poi rivolge al cadavere di lei le celebri parole “come sei pallida, e stanca, e muta e bella” come fosse l’elenco della spesa. L’impianto scenico – una sorta di scatola nera, opprimente, squadrata – funziona. L’idea della spada d’Otello conficcata a terra come fosse una croce, pure. Ma manca lo scavo sul personaggio e di conseguenza il cast recita esibendo il solito repertorio gestuale “da baule”.

Un peccato perché musicalmente è un Otello d’alto livello, accurato in ogni dettaglio, estremamente lavorato in orchestra ma senza perdere di vista il palcoscenico e le sue necessità. È intenso e roboante se occorre ma senza chiasso verista; è delicato e leggero ma non svenevole; è maschio e fieramente baldanzoso ma attento alla parola sussurrata o insinuante. Il Verdi di Muti è sempre stato musica e parola definite frase per frase; oggi, di più. E nel caso di un’opera “aperta” come Otello, l’ideale.
Sulle proprie spalle il direttore si carica inoltre il compito di far significare al cast ogni parola, ogni accento e sfumatura, tanto più mancando l’equivalente nella postura, nel gesto e nella recitazione. Da questo punto di vista, lo strumento vocale più complice della sua concertazione è quello del soprano lirico Marina Poplavskaja. Che in virtù anche di una tecnica sicura e pulita tratteggia una Desdemona di morbidi velluti, di fraseggi pastosi, ma anche di vigoroso slancio drammatico. Ottima recita, la sua, non funestata da un acuto in pianissimo venuto a metà: classico incidente di percorso. Aleksandr Antonenko è invece un Otello tutto di un pezzo. Generoso, possente, non si spaventa di fronte a nulla. È solo monocorde. Avere oggi un affidabile tenore eroico dall’acuto squillante non è poca cosa, però. Più acerbo ma comunque duttile nel percepire i suggerimenti della buca, è infine lo Jago di Giovanni Meoni, abbastanza solido tecnicamente ma privo di una personalità spiccata.
L’esito della serata, in ogni caso, è trionfale come mai s’è visto a Roma negli ultimi anni. (10 dicembre 2008)
Enrico Girardi

La versione completa di questa recensione compare sul numero 116 (gennaio 2009) di “Classic Voice” 


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