Donizetti – L’elisir d’amore

interpreti R. Villazón, M. Persson, I. D’Arcangelo, R. Trekel
direttore Pablo Heras-Casado
orchestra Balthasar-Neumann Ensemble
regia Rolando Villazón
regia video Nele Münchmeyer
formato 16:9
sottotitoli It., Ing., Fr., Ted., Sp.,Cin.,Cor.
dvd Dg 0734933
prezzo € 23,70

elisir-damore

Povero Donizetti. E tanto è deprimente dettagliare, che potrei finirla qui, così il direttore sarebbe più contento perché chiede sempre la sintesi. Ma qualche considerazione, questa roba la suggerisce.
Non se ne esce. All’estero, Donizetti e ormai appannaggio di Baby Jane alias Edita Gruberova, col suo piallare i tenebrosi abissi di tragica schizofrenia genialmente concepiti per la Ronzi de Begnis in mostruosi borborigmi d’incerto confine col rutto. Oppure, in ambito comico, si sprofonda nella farsaccia che fa sembrare i cinepanettoni dei Vanzina un mix tra Lubitsch e Chaplin.
Qui l’idea è declinare Elisir sul set d’un film muto portato avanti con lo stile del celebre – e difatti spassossimo – fumetto Lucky Luke degli anni cinquanta-settanta. Potrebbe anche andare, perché no? Sono tipologie sentimentali che s’adattano a tutto, e sottrarle anzi agli stereotipati cortili coi gerani e i contadini grulli, oggi come oggi è un sicuro vantaggio. Ma come sempre, non conta nulla cosa si fa, bensì come la si fa. Sostituire vecchi luoghi comuni con un caravanserraglio di danzette, ancheggiamenti, torte in faccia, sederi in aria, smorfie da sagra della porchetta, occhi dilatati alla semplice vista d’un paio di tette (gag cui in pratica si riducono le colossali possibilità d’un personaggio come Dulcamara; e per giunta, D’Arcangelo proprio non le sa fare perché nella commedia è sempre stato un pesce fuor d’acqua), scimmione che vaga stranito nel finale primo tanto per poter citare Blake Edwards, e via così lungo un leporellesco catalogo: è un vantaggio che proprio non vede dove stia. E poi il “dentro-e-fuori” del regista che diventa Dulcamara, magari vorrebbe fare il verso a Pirandello ma riesce piuttosto una pernacchia. E poi, ancora, tutto il versante sentimentale è coperto di caramello misto a trovatine da asilo Mariuccia, del tipo Nemorino che fa una barchetta di carta e Adina un aeroplanino al duetto dell’aura lusinghiera. Insomma, una schifezza.
Ma ancora niente, giacché poi la schifezza occorre cantarla e suonarla. E se ormai si ritiene essere la musica di Donizetti quella roba sciorinata dalle Gruberove e da questi sciamannati tipo odorosi di bottiglia che si sono dati convegno a Baden-Baden, allora siamo messi molto ma molto male, giacché quel video viennese che sembrava essere l’ultimo degli orrori, al confronto scala parecchie posizioni. L’ho sempre detto, di non affermare mai che s’è toccato il fondo, con tutte le vanghe dietro l’angolo per scavare abissi sempre più insondabili.
Qui si parla, si cachinna, si altera la quadratura ritmica, si piazzano pause per gridolini, ammicchi, interiezioni varie. Si sostituiscono un sacco di parole (c’è un inedito “Pedro, la cucaracha”; e l’essere in un film western suggerisce bourbon al posto di “Bordeaux, non elisir”; e via così, son troppe per citarle tutte). Ma quando poi la si suona, questa musica è pesante, morchiosa, isterica, spappolata. E quando la si canta…Gesù. Di Villazón oggi non si riesce neanche a parlare. La Persson è carina e nel barocco è formidabile, ma qui la linea viaggia dritta e appuntita, secca secca, ogni salita un suono che esce da un fischietto di marina, colori niente, pigolii spacciati per accenti. Trekel, con una linea spalancata, dura come un sasso, volgarissima, è artisticamente un abominio. D’Arcangelo, poi, scrive pagina ancor più nera giacché lui sarebbe italiano e un’idea stilistica sarebbe obbligatorio l’avesse: e invece parlotta, piega la linea musicale come gli pare, ogni tanto mugghia, va nel naso, spara grandi acuti ma tutt’altro che belli come costumavano essere quando faceva il cantante.
Elvio Giudici

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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277 Giugno 2022
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