Gomes – Lo schiavo

interpreti S. Vassileva, M. Pisapia, A. Borghini, E. Balbo, D. Kim
direttore John Neschling
orchestra del teatro Lirico di Cagliari
regia Davide Garattini
regia video Tiziano Mancini
dvd Dynamic 37845

Di libretti brutti ce ne sono tanti, e di scemi parecchi: ma goffi e scritti a vanvera come questo, davvero pochi. Sicché la vicenda s’ingarbuglia e avanza come un’anatra zoppa, lasciando alla musica il compito di cavarsela drammaturgicamente. Gomes (il brasiliano autore di Guarany e di Salvator Rosa, che uno scampolo di notorietà l’ebbero) a mio parere non ci riesce punto. Patchwork di ponchiellismi (parecchi, come il finale secondo che fa abbastanza sfacciatamente il verso a “Un vampiro fatal” della Gioconda), di verdianismi (tantissimi), di calligrafismi francesizzanti, e di parecchio altro: la scrittura strumentale è tutta all’insegna di tentativi melodici che volano però rasoterra, di ritmi barbarici che sanno di muffita accademia militare, di esotismo da servizio di tè con figurine indigene o da carta da parati con verzure assortite. L’orchestra cagliaritana l’esegue coscienziosamente, e la direzione – quantunque parecchio pesantuccia –  assembla il tutto con onesto mestiere e parecchi tagli (danze e due intere scene nel second’atto) che forse sono riprovevoli in una prima italiana di opera ignota, ma insomma accorciano un po’ la cospicua noia teatrale.
Svetla Vassileva è vocalmente da tempo alla frutta, e il registro grave – non poco sollecitato dalla scrittura – s’è fatto ectoplasmatico, mentre in generale la linea, poggiata com’è molto sulla gola e poco sul fiato, è dura, tutta fessure e gradini, spinta verso acuti dove il confine con l’urlo vero e proprio è assai labile. Sempre gradevole la figura, però, e il fraseggio cerca disperatamente di dare spessore al personaggio, talora persino riuscendoci. “Quando nascesti tu” l’hanno incisa Caruso e Gigli: Massimiliano Pisapia non ricorda certo nessuno dei due, ma fa capire quanto possa una voce benedetta da Dio (Gigli) oppure un accento gagliardo (Caruso) per far sembrare gradevole un’aria che dice proprio niente. C’è una Contessa francese che libera gli schiavi gorgheggiando con fare molto salottiero (ma salotto di paese): Elisa Balbo fa ascoltare senza troppi dolori questa che in Brasile pare essere una sorta di locale “Va pensiero”, mentre le robuste voci del baritono Andrea Borghini (molto bravo nell’imbarazzante monologo “Fragile cor di donna”, e ancor di più nel duettino con la Vassileva al quart’atto) e del basso Dongo Kim dominano senza sforzo il cast.
Davide Garattini aveva l’ingrato compito di mettere in scena un assurdo guazzabuglio con risorse ridotte all’osso: se l’è cavata con onore e grande mestiere. Una foresta di liane è la scena unica, e lo schiavismo (tema portante, all’epoca abbastanza scabroso tanto che la vicenda da contemporanea fu retrodatata al Cinquecento) trattato con forza efficace evitando però ogni caduta nello splatter, merito non da poco: e parecchie le idee intriganti, come la Contessa che libera sì gli schiavi ma corre a lavarsi le aristocratiche manine, sempre provvedendo a gorgheggiare; o come gli indigeni che ammazzano il bieco fattore del conte portoghese, e poi lo cannibalizzano in una sorta di rito sacro. Infine, la coreografia con la quale Luigia Frattaroli risolve la pagina orchestrale che molti additano come migliore momento dell’opera, l’Aubade, sa parecchio di ginnastica aerobica ma le luci sono molto efficaci e la regia video di Mancini fa miracoli.
Elvio Giudici

 

 

 

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