Sostakovic – Sinfonia n. 7 “Leningrado”

orchestra Symphonienorchester des Bayerischen Rundfunks
direttore Mariss Jansons
cd Br Klassik 900184

 

Registrata da un’esecuzione live nel 2017 questa Sinfonia di “Leningrado” rimane una delle più intense testimonianze del direttore recentemente scomparso per la trasparenza narrativa che lascia intravedere ma senza eccessivi strappi che cosa si muove dietro quella sontuosa eloquenza celebrativa; ben più di un puro ossequio a un modulo culturale ma addirittura un processo critico che si insinua, a volte anche sgarbatamente, nei canoni di una tradizione che in tal modo sembra assumere proporzioni sghembe. Jansons pare condividere tale dimensione, già nella forza del segno con cui tratteggia l’iniziale disegno degli archi infestato dalla cupezza dei timpani, quindi nella stringente ossessione di quelle variazioni che nell’intenzione di Sostakovic volevano rappresentare l’avanzata del nemico, per proseguire con tale incombenza lungo i quattro movimenti. Un processo di deformazione incupito, opposto a quello di uno Stravinskij che dal gioco trae sempre nuove sorprese, nuovi significati, con una felicità immaginativa unica. Per Sostakovic invece la deformazione è una contestazione sorda, una specie di rancore, ora trattenuto che rallenta il discorso in plaghe di atonia, appena toccate da illusorie fughe nella memoria, come nel prediletto Mahler, trafitture emotive poco più che barbagli, subito spenti nel grigiore dominante; oppure che si sfrena in un attivismo frenetico da cui affiora un riso sardonico, di segno negativo quindi, a definire quella disperazione che attraversa come una specie di basso continuo le ampie campate di questa monumentale costruzione e che neppure la volontà affermativa che il compositore sembra imporre come suggello alla conclusione, con il riaffiorare ciclico dell’idea iniziale, riesce a sfatare. Questo il passo interno con cui Jansons ci guida attraverso il tragico racconto, sensibile a cogliere i momenti lirici che nei due movimenti centrali sembrano ridurre la tensione – “Shakespeare sapeva bene che non si può tenere l’uditorio in tensione per tutto il tempo e a questo proposito ho sempre ammirato la scena dei becchini dell’Amleto”, commentava Bryan Moynahan nel suo avvincente libro “Sinfonia di Leningrado” pubblicato da Il Saggiatore – che riaffiora nel quarto movimento dove Sostakovic affronta il problematico interrogativo posto dal Finale a tutti i compositori e lo risolve sospinto dall’intendimento di passare “dalla tragedia alla forza della vittoria epica”, sfidando i rischi dell’enfasi trionfalistica, affrontati da Jansons con una grande abilità tecnica nel non far dimenticare quel sotterraneo respiro tragico che assicura l’unità di questo capolavoro. Di cui vale forse la pena rievocare l’ampiezza di risonanze destate al suo apparire, dall’accoglienza del pubblico, dapprima, il 5 marzo del 1942, nella piccola cittadina degli Urali, Kujbysev, dove Sostakovic era stato sfollato, insieme ad altri artisti, musicisti e scrittori, tra cui Kabalevskij, Oistrach, Gilels, Ejzenstein, Erenburg , esecuzione ripetuta subito dopo a Mosca; quindi il 9 agosto, sotto la direzione di Karl Eliasberg, nella grande sala della Filarmonica di Leningrado, la città ancora stretta dall’assedio, con gli altoparlanti allestiti nella periferia per far giungere agli assedianti tedeschi quanto alto fosse il morale dei cittadini. Ma prima di questa esecuzione la Settima Sinfonia aveva già varcato l’oceano; avventurosamente, infatti, attraverso la Persia e l’Egitto, il microfilm della partitura era arrivato negli Stati Uniti, corrispondendo alle attese che fin dall’autunno del 1941, non appena si seppe del nuovo impegno di Sostakovic, si erano accese tra i maggiori direttori d’orchestra, tra cui Toscanini che la dirigerà per primo con l’orchestra della Nbc il 19 luglio, dopo essersela contesa con Stokowski. Ma nel giro di pochi mesi le esecuzioni si moltiplicarono in maniera impressionante coinvolgendo tutti i più grandi direttori, da Ormandy a Mitropulos, da Stokowski a Kussewitzky. Il successo della Settima Sinfonia fu in realtà un boomerang per Sostakovic il quale avvertì il pericolo che l’apprezzamento degli americani si sarebbe trasformato in ritorsione, e ciò per l’irritazione di Stalin: “Stalin odiava gli Alleati e li temeva. Contro gli americani non poteva far niente. Ma quasi subito dopo la guerra trattò crudelmente i suoi sudditi che avevano avuto rapporti con gli Alleati, trasferendo su di essi tutte le sue paure e il suo odio”.
Gian Paolo Minardi

 

 


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