Gounod – La nonne sanglante

interpreti M. Lebègue M. Spyres, V. Santoni, J. Boutillier, J. Teitgen, J. Devos
direttore Laurence Equilbey
orchestra Insula
regia David Bobée
regia video François Roussillon
dvd Naxos 2.110632

 

Tra le meritorie iniziative del veneziano Centre de Musique Romantique Française più noto come Palazzetto Blu Zane, c’è il riesame del repertorio francese per quanto concerne sia un approccio filologicamente più informato (e la registrazione solo audio del Faust è – o dovrebbe essere, quantunque purtroppo ne dubiti – un punto fermo per il futuro), sia l’ascolto di musica sepolta in un oblio che, grazie a esecuzioni seriamente preparate, si può verificare essere o meno giustificato. Gounod, ad esempio. Di opere ne ha scritte dodici, ma solo Faust e, in assai minor misura, Roméo et Juliette vengono regolarmente eseguite. Questa Suora sanguinante è la seconda, scritta a trentasei anni, cinque prima di Faust: e la si scopre ricca d’interesse musicale e di vitalità teatrale.
Argomento che paga pegno alla moda del romanzo gotico (deriva dall’allora celeberrimo The Monk di  Matthew Gregory Lewis, lo stesso che ispirò Cammarano per la donizettiana Maria di Rudenz), ma con fine lieta in omaggio all’allegra ipocrisia morale del buon borghese Secondo Impero. Coppia di innamorati divisa dai rispettivi odi familiari, col padre di lei che la vuole sposare al di lui fratello, onde progetto di fuga notturna con lei che si traveste da quella Suora Sanguinante che la leggenda vuole aggirarsi tra le volte del castello; naturalmente (la grullaggine femminile è topos fondante dei melodrammi ottocenteschi, specie ricordando le donne ben altrimenti volitive, sanamente sensuali e di buon  senso, del Barocco) lui incontra la Suora che non è affatto vana leggenda, la scambia per l’amata e donandole un anello le giura eterna fede: così finisce in un banchetto di zombi dove gli si richiedono nozze riparatrici. Finisce che la maledizione gravante sulla Suora si spezzerà perché il padre di lui riconoscerà di avere ucciso la fanciulla causandole la metamorfosi in fantasma, e mentre la Suora non più Sanguinante bensì Benedicente ascende al cielo tutto perdonando, i due innamorati convoleranno: ennesima gloria della Trinità borghese Dio Patria e Famiglia. Ci sono balli, satanici e non; grandi scene di massa; un Eremita molto intrigante; involi elegiaci e parossismi onirici; diverse zaffate di profumi molto salottieri, comprensivi del solito insopportabile paggio en travesti e doverosamente gorgheggiante: tanta roba, che Gounod mostra però di padroneggiare piuttosto bene mescolando cromatismo satanico, couplets festaioli, arie d’amore e di tormento, concertati assai ben scritti.
Orchestra valente e diretta assai bene. Spettacolo nel suo insieme efficace, con tutto il gotico al suo posto, con ampio impiego di filmati amabilmente debitori del più ovvio cinema horror stile Hammer Film, recitazione impostata con criterio.
Eroe della serata, Michael Spyres. La parte di Rodolphe (creata per Louis Guéymard primo Henri dei verdiani Vêpres Siciliennes e reputato interprete dell’Arnold rossiniano nonché di Meyerbeer e Halévy) è molto lunga e moltissimo difficile oltre che stilisticamente del tutto particolare. Timbro fascinosamente brunito nei sollecitatissimi centri ma che s’illumina nei frequentissimi schizzi in alto; linea omogenea e ovunque morbida, duttilissima nelle continue pulsioni dinamiche che compongono una tavolozza accentale di grande efficacia espressiva; dizione scandita e di francese perfetto: forse il capolavoro di questo grande artista. Vannina Santoni ha parecchi acuti a forte sospetto di grido, e in basso l’aria calda compare spesso al posto della nota ben timbrata: regge dunque un po’ per il rotto della cuffia, ma accenta benissimo, si muove senza troppe moine, e insomma il personaggio vien fuori. Jodie Devos è il paggio, e riesce a non scocciare troppo; il padre antico assassino ora pentito è subentrato all’ultimo momento a un collega indisposto, e questo Jérome Boutillier se la cava; laddove l’Eremita, ingolato e vociferante, è uno strazio dell’anima. La Suora nominalmente protagonista è com’è ovvio un mezzosoprano che pena un po’ a far la voce scura e profonda, ma la voce è bella e quantunque sulla scena ricerchi molto i tic facciali della celebre eroina horror Barbara Steele, il fraseggio schiva il rischio del grottesco sempre connesso a figure siffatte.
Elvio Giudici

 

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