Rossini – Ricciardo e Zoraide

interpreti J.D. Florez
P. Yende, S. Romanovsky
V. Yarovaya, N. Ulivieri
X. Anduaga
direttore Giacomo Sagripanti
orchestra Sinfonica Nazionale Rai
regia Marshall Pynkosky
regia video Ariella Beddini
2 dvd C-Major 752608

 

Opera tra le più problematiche del Rossini napoletano: certo non mancata come talora si sente dire, ma neppure capolavoro al livello di Maometto o men che meno Ermione, soffre soprattutto d’una drammaturgia contorta e alquanto dispersiva nel suo voler travestire da tragedia una delle classiche e ormai fruste commedie di mezzo carattere con rabberciato happy end. Motivo per cui, il metterla in scena richiederebbe – superati gli spinosissimi problemi vocali, comuni peraltro a tutto Rossini e massime quello napoletano – regista e scenografo capaci di costruirne una. Qui abbiamo la negazione totale d’uno spettacolo neppure brutto, che comunque potrebbe sollecitare una discussione, ma solo scemo.
L’altrove che la cultura illuminista europea di fine Settecento (quella così bene sublimata da Lessing nel suo Nathan il saggio) evocava in Orienti diversamente favolosi, diventa un teatrino dei pupi tutto colori pastello molto stile Aladdin disneyano, dove i personaggi si muovono con una goffaggine che se non la vedi non potresti mai credere. Dalle smorfie tutte biscuit e cianciafruscole nel duetto tra le due donne, all’arrivo di Ricciardo su barchetta portata a mano tra sventolar di veli cilestrini e zampettare di marinaretti abbigliati come scugnizzi napoletani contemplati da tre grulle con ombrellino e una più grulla ancora che deambula inalberando una gabbietta con  pappagallo verde. Dall’amico di Ricciardo, Ernesto, che compare in tenuta cardinalizia e lo aiuta a travestirsi da zingaro chic, all’Agorante domatore da circo. Il tutto, tra onnipresenti e oltremodo disturbanti ballerini che caracollano e saltellano per dar aria a costumi che sono tutto un minestrone d’epoche e stili, da trovarobato di soffitta teatrale in disuso.
Meglio la parte musicale, ma con parecchi distinguo. Discreta la direzione, quantunque all’insegna della prudente correttezza metronomica nell’indicare ma poco valorizzare narrativamente taluni prodigi di strumentazione e talune trovate originali, come l’impiego della banda in scena. Florez è come sempre una lezione di tecnica, benché questa lavori con molta più prudenza d’una volta e con talune aperture nel registro centrale non troppo belle da sentire oltre che pronube di sonorità assai spesso nasaleggianti; e come spesso gli accade, fraseggia in modo generico e del Ricciardo languido e dolcissimo ha poco o punto, non riuscendo certo a far dimenticare, nel grande e splendido duetto con Zoraide del second’atto, l’incanto che sapeva sprigionare il canto di William Matteuzzi nello spettacolo pesarese diretto da Chailly con la regia di Ronconi, che la Rai riprese e che assai di più avrebbe avuto i meriti per costituire l’unico approdo al dvd di quest’opera. Anche perché allora c’era una June Anderson al sommo dei suoi sontuosi mezzi, laddove qui abbiamo la vocalità a puntaspilli di Pretty Yende: querula, pigolante, tutta picchettati a macchinetta, dizione arruffata e fraseggio non pervenuto mai ma proprio mai. Agorante è ruolo Nozzari, dunque da baritenore: Sergey Romanovsky non lo è se non in minima parte, ma canta bene e qua e là si prova anche ad accentare,  forte per giunta d’una dizione impeccabile. Benino Victoria Yarovaya nella parte forse più grave mai scritta da Rossini per una voce femminile, e benissimo sia l’Ernesto cardinale di Xabier Anduaga sia l’Ircano di Nicola Ulivieri.
Elvio Giudici

 

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