Antonio Schilirò

Il melodramma, le sue forme e la vita musicale italiana nell’Ottocento
editore LiberFaber
pagine 372
prezzo 25

 

Ad apertura di libro: “La penisola italiana, in base al censimento all’indomani dell’unificazione nazionale (1861), è un paese dove il 78% della popolazione è ancora analfabeta e tra il restante 22%  una non piccola parte è in gradi solo di scrivere la propria firma”. In nota, a piè di pagina: “Come termine di paragone il tasso di analfabetismo nel 1851 è del 30% in Inghilterra, del 45% nell’impero austriaco, del 20% in Prussia, del 45% in Francia, del 10% in Svezia; nel 1850 del 90% nell’impero russo. In Italia solo all’inizio del XX secolo scende sotto il 50% (1901: 48%)”. Queste righe mi hanno fatto subito interessare al libro. Dal titolo, infatti, la mia reazione fu d’insofferenza, quasi di rifiuto: ma era necessario un altro libro sul melodramma italiano? Ma la discussione delle condizioni storiche, l’analisi delle forme, il continuo confronto con la vita teatrale europea, mi hanno fatto cambiare opinione. Si aggiungano le accurate letture di arie, duetti, finali e altre forme del melodramma come si presentano nelle opere di Rossini, Bellini, Donizetti e Verdi, del loro trattamento, evoluzione, trasformazione, fino allo splendido esame dell’Otello verdiano. Un plauso, comunque, al giusto inquadramento storico di un fenomeno assai tipico dei teatri italiani, ma forse, e da sempre, di tutta la cultura italiana: l’autoreferenzialità. Per tutta la prima metà dell’Ottocento i nomi di compositori francesi e tedeschi sono quasi assenti dalle stagioni dei teatri. Nel secondo Ottocento la situazione va cambiando. Ma si pensi che le Nozze di Figaro di Mozart sono state rappresentate per la prima volta a Bari solo negli anni 80 del secolo scorso! Mozart, del resto, è il grande assente dalle nostre scene, anche se segreto e inossidabile amore di Rossini e di Verdi. Nel primo Ottocento Puskin, in Russia, scrive un dramma, Mozart e Salieri, assai letto, e anche rappresentato, sia a Mosca sia a Pietroburgo. Nel secondo Ottocento Korsakov ne ricavò un’opera. Kirkegaard, in Danimarca, pubblica a metà dell’Ottocento, un’analisi del Don Giovanni. Ma già prima, Chopin, nella lontana Varsavia, componeva, giovanissimo, variazioni sul duetto “Là ci darem la mano”. Variazioni che svelarono a Schumann il genio di Chopin. L’Italia, anche nella musica, segnava il passo. Aveva grandi musicisti, ma la cultura del paese era indietro perfino rispetto al loro genio. Il ritardo di oggi, dunque, ha radici lontane. Rileggiamoci le prime righe di questo libro. Aggiornandole all’oggi. La media italiana dei laureati è del 24%, quella europea del 50% e in alcuni paesi molto di più. Inoltre la percentuale di lettori che leggono almeno un libro l’anno in Italia non tocca nemmeno il 40%, in Europa si aggira tra il 60% e il 70%. Infine, il fenomeno più grave: gli italiani soffrono per circa il 70% di analfabetismo funzionale, cioè riescono a leggere uno scritto, ma non capiscono ciò che c’è scritto. Ogni commento è superfluo.
Dino Villatico

 

 

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