Polunin infiamma l’Arena

La star russa ha aperto una carriera nel business dello spettacolo danzante. Sempre tra le polemiche...

Osare: se Roberto Bolle (44 anni) riesce a riempire l’Arena di Verona con i gala autoprodotti per sé e i suoi Friends, ben due quest’anno, e altri due già annunciati il 20 e 21 luglio 2010, perché non avrebbe dovuto riuscirci Sergei Polunin, ucraino, ormai famosissimo per tatuaggi, tra cui quello dell’ammirato Presidente russo Putin, gusto pop-rock, scarti temperamentali, che di anni ne ha 29, e quindi è in piena forma, e che, come Bolle vive una vita molto seguita sui social media.
Uno è l’angelo-good boy e l’altro, già invocato dalle folle di fan-poluniners con il nome soltanto, “Sergei Sergei”, è il bad-boy del video Take me to the Church di David LaChapelle (28 milioni di visualizzazioni) che è arrivato a Verona con una sua produzione di Romeo e Giulietta, realizzata da Polunin Ink con ballerini di fiducia insieme a Show Bees e appoggiata da Ater, sulla scena del maxi-anfiteatro della città degli innamorati shakespeariani in prima mondiale per una notte stellata. I biglietti migliori sono andati a ruba e gli spettatori sono stati 10.000 con un quarto d’ora di applausi e parecchi boati nei momenti cruciali, come la scena della camera.
Se non fosse bastato questo a suscitare grande interesse mediatico, una comunicazione pervasiva, e non poche polemiche, hanno attirato ancora più clamore sull’evento. Una manifestazione dei sindacati, che protestavano per la privatizzazione della danza in Arena, mentre i ballerini impegnati nelle opere sono precari, a cui si è aggiunta la protesta del circolo Pink contro alcune dichiarazioni omofobiche di Polunin, hanno messo pepe nel menu. “The Ballet of Arena di Verona is a Mercutio sacrificed to an homofobic Romeo” recitava un cartellone rosa.
In questo video ufficiale sull’avvenimento non ce n’è traccia, ma si vede bene il tono della coreografia, classicissima nel linguaggio, accucciata nella pantomima ( e per questo definita “moderna” nella promozione) di Johan Kobborg, ex stella del Balletto Reale Danese, e la qualità degli interpreti: Alina Cojocaru-Giulietta, romena, già principal al Royal Ballet inglese di cui Polunin è stato ballerino principale, Valentino Zucchetti-Mercuzio, primo solista della compagnia londinese, temperamentoso e guizzante,come ci si aspetta; Nikolas Gaifullin russo americano come Tebaldo
https://www.youtube.com/watch?v=iNR2zqdMuCM
E, ancor prima, per creare la giusta aspettativa ecco un’anticipazione
https://www.youtube.com/watch?v=M-3O979f-cQ
http://www.danzon.it/polunin-cojocaru-the-new-partnership/

Romeo-Polunin è stato travolgente di salti, giri, slancio romantico, portamento nobilmente elegante, e Giulietta, più fragile e contenuta, non poteva che esserne travolta d’amore, anche se il suo amato le ha ucciso il fratello Tebaldo, il bruno Gaifullin, che non è da meno di Polunin per vigore e bellezza tecnica, specie quando competono nella scena virile del duello che li vede in pieno fulgore di passi e figure accademiche perfette. Dopo gli abbracci della camera da letto che coronano l’amour fou di R&G, gli spettatori entusiasti sono esplosi in un boato. Potenza del balletto, che sublima l’eros ormai di ordinaria amministrazione su ogni genere di schermi, personal e home. La musica registrata di Prokof’ev era potente, fragorosa, data l’ampiezza degli spazi, con aggiunte di campane e di sonorità elettroniche drammatiche, da film, a scandire l’azione in episodi incalzanti.
Le scene dell’artista David Umemoto sono austere, architettoniche, ma completamente mobili in modo da trasformarsi funzionalmente in scale, balconi, angoli di strada, stanze di palazzo, alcova e tomba. I costumi per il gruppo (internazionale, con 4 solisti, 17 ragazze e ragazzi del corpo di ballo e 9 sostituti) sono volutamente neutri, grigio-neri, in modo che spicchi la giacchetta rossa di Mercuzio, quella gialla di Benvolio-Giorgio Garrett, e quella verde del fidanzato respinto Paride-Kilian Smith. Le calzamaglie maschili sono d’ordinanza, bianche o nere. Il padre di Giulietta Ross Freddie Ray torreggia, tutto in nero.
Giulietta, la ragazzina appassionata al centro del dramma- Alina fa tutto giusto dall’inizio alla fine, tra modestia e educata passione in camiciola bianca e poi rossa (ha un po’ troppi lustrini e dorature, anche quando non sarebbe il caso).
E non servirebbe neppure il mega-maxi vaso di fiori, che appare e scompare inopinatamente, di Tage Andersen, famoso designer danese di giardini.
Asciugare la storia porta vantaggio e risolve alcune incongruenze. Bene, ad esempio, che alla festa fatale, in cui i due protagonisti incrociano gli sguardi, tutti siano bendati- di solito solo Romeo, Mercuzio e Benvolio sono invece mascherati- il che giustifica in maniera più plausibile la scoperta successiva da parte della tenera Giulietta di chi sia- e di quale famiglia- l’oggetto del colpo di fulmine reciproco degli amanti segreti. Il solito frate deus ex machina purtroppo appare anche in questa drammaturgia “moderna”, ma per fortuna rapidamente. E altrettanto rapidamente Giulietta decide di bere il veleno, senza esitare troppo, come d’uso nelle versioni più frequenti del balletto. Qualche flash back, all’inizio, e nei momenti cruciali, qualche fiaccola accesa ai lati, qualche nero per il cambio scena, danno un tocco cinematografico alla produzione, secondo gli intenti del Divino Sergei, che si è aperto le porte per una nuova carriera di personale intraprendenza nel business dello spettacolo danzante.

Elisa Guzzo Vaccarino

 

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