Gluck – Orphée et Euridice

interpreti J.D. Florez, C. Karg, F. Said
direttore Michele Mariotti
orchestra teatro alla Scala
regia Hofesh Shechter, John Fulljames
regia video Tiziano Mancini
dvd Belvedere 08052

Molto originale, e di una complessità mai sovraccarica ma che anzi dà l’idea d’essere semplice, l’allestimento scaligero della versione francese del capolavoro di Gluck curato dal regista-coreografo Hofesh Shechter assieme a John Fulljames. Soffitto a grandi pannelli color rame muniti di molteplici piccole aperture (la luce che vi passa crea effetti strepitosi), che possono inclinarsi in ogni direzione oltre che sollevarsi e abbassarsi: modificando così continuamente spazio e acustica. Palcoscenico del tutto sgombro, con al centro l’orchestra piazzata su una pedana che può scendere sotto al palcoscenico, stare al suo livello, oppure alzarsi liberando un sottopalco agibile: creandosi così un proscenio e un fondo scena, dove agiscono i tre solisti e la massa formata da coro e danzatori, spesso indistinguibili tra loro.
La danza è fondamentale in questa versione, ritagliandosi circa 45 minuti del totale: la compagnia di Shechter mescola stili diversi (di Pina Bausch il più riconoscibile) spesso suddividendosi in due parti impegnate in passi diversi, ma con un risultato complessivo che, agli occhi di un non esperto come me, è parso di grandissima suggestione, fondendosi in modo mirabile con la regia vera e propria, all’insegna d’una gestualità forte ma d’immediata presa espressiva come nel caso del duetto tra Orphée e Euridice, eccelso pezzo di teatro. La direzione di Michele Mariotti è in controtendenza rispetto al costume moderno che, impiegando strumenti antichi, ricerca contrasti aspri e incisivi. Morbidissima, invece, tutta fluidità, trasparenza, luminosità, con una ricchezza di dettagli e una continua pulsione dinamica generatrici di colori raffinatissimi e di continuo trascoloranti uno nell’altro: un capolavoro.
Juan Diego Florez risolve in modo superbo una scrittura difficilissima non tanto per le molte note acute, ma per un’altitudine media costantemente alta: nessuno sforzo apparente, tutto scorre facile, fluido, con una varietà e intensità d’accenti straordinarie. Christiane Karg canta splendidamente l’aria forse più bella dell’opera, e Fatma Said è Amour brava quanto è bella. Il coro, ancora una volta, è superiore a ogni lode tanto per come canta quanto per come recita.
Elvio Giudici

 

 

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246 - Novembre 2019
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