“Joseph and The Amazing Technicolor Dreamcoat” di Tim Rice e Andrew Lloyd Webber

Milano, Teatro Menotti dal 1° al 10 ottobre

Il Conservatorio Verdi e la Dual Band mettono in scena il musical che Tim Rice e Andrew Lloyd Webber, rispettivamente autori di testi e musica di “Jesus Christ Superstar”, scrissero nel 1968. S’intitola “Joseph and The Amazing Technicolor Dreamcoat” e va inscena al Teatro Menotti, dal 1° al 10 ottobre per la stagione Expo (patrocinata da Padiglione Italia) del Conservatorio di Milano che coproduce in collaborazione con Tieffe Teatro Milano fornendo l’Orchestra diretta da Mario Borciani, Coro e Coro di voci bianche affidati rispettivamente a Luigi Marzola ed Edoardo Cazzaniga, regia di Anna Zapparoli, scene e costumi di Barbara Petrecca con la collaborazione di Elena Mincuzzi Okabayashi.
“Parlare di Joseph and the Amazing Technicolor Dreamcoat di Tim Rice e Andrew Lloyd Webber”, racconta Mario Borciani, “pone un problema, come dire, di lesa maestà: perché questo musical, opera prima di due ragazzi men che ventenni, commissionato nel 1967 da una scuola media londinese e ampliatosi nei due anni successivi a una dimensione da West End, si inserisce certamente nella corrente della commedia musicale inglese, ma con un occhio (e forse più di un occhio, come vedremo) al Flauto magico”.
“La felicità narrativa di Joseph”, continua, “ha come prima origine la storia biblica da cui prende spunto: una delle pochissime storie bibliche a lieto fine, già molte volte narrata (segnatamente, e stupendamente, da Thomas Mann), e che infine approda a questa rivisitazione musicale in cui c’è praticamente di tutto: il pop Anni Sessanta, il Rock’n’Roll (nella canzone di Faraone-Elvis, una fenomenale intuizione teatrale), il corale anglicano, il coro d’opera, il Vaudeville Anni Venti, la valse musette. Ma, con un colpo maestro degno dei grandi uomini di teatro, questi materiali apparentemente disparati vengono a costituire un tutto unico, nel segno illuminante della fiaba”.
“Così come nel Flauto magico”, prosegue il direttore, “il popolare e il colto si uniscono a creare un racconto infantile sì, ma mai banale: e così come nell’estremo capolavoro mozartiano (cui, è evidente, dal punto di vista del valore estetico, nulla si può paragonare), anche nel musical di Webber e Rice c’è un sorriso sotto ogni vicenda, per quanto truce possa essere: qui Giuseppe gettato nel pozzo, là Tamino inseguito dal drago; qui la canzonetta da cave esistenzialista a commentare la carestia di Canaan, là il tragicomico sol minore di Papageno che minaccia di impiccarsi perché non trova l’amore; qui l’andamento modale di passacaglia barocca sotto la sentenza di Potiphar che condanna Giuseppe alla prigione, là il corale luterano figurato che accompagna l’annuncio delle prove massoniche”.
“Altre analogie saltano all’occhio”, continua Borciani: “l’ambientazione egizia (sia pure di un Egitto reinventato rispettivamente in chiave massonico-favolistica e da Swinging London) e, sul piano più specificamente musicale, l’importante presenza delle voci bianche, in funzione di consolazione e di commento, e l’uso del glockenspiel, lo strumento per eccellenza infantile, lo strumento della magia, lo strumento di Papageno. La citazione è, forse, l’essenza dell’ironia in arte. In Joseph il gioco delle citazioni musicali è molto fitto, e attinge variamente al repertorio colto e a quello popolare.
Vediamo per esempio la parte finale del n. 17 (Jacob in Egypt) e il coro del Flauto magico che introduce l’ultimo ingresso di Sarastro. Non solo la melodia del coro è evidentemente derivata dall’esempio mozartiano, ma la fanfara di corno e tromba è strettamente apparentata alle fanfare di legni, corni e timpani nel Flauto. Si può anche ipotizzare, chissà, una parentela tra i due personaggi (Giacobbe e Sarastro, figure paterne) che da questi cori sono introdotti, sotto finale di spettacolo”.
“La struttura armonica di un episodio che ritorna spesso nel corso del musical, esposto il più delle volte dalle voci bianche (Poor poor Joseph)”, prosegue, “è sorprendentemente simile all’introduzione della seconda parte del Quintetto del primo atto del Singspiel mozartiano: la scala discendente armonizzata non è certo una novità (è la struttura della celebre Passacaglia di Pachelbel), ma quel che colpisce è l’uso che Lloyd Webber ne fa, in una situazione teatrale molto simile a quella mozartiana (il commento di un evento in qualche modo miracoloso). Mille sono gli spunti, mille gli esempi che si potrebbero fare, armonici, melodici, ritmici e di strumentazione, fino ad arrivare a un’autocitazione a posteriori di Jesus Christ Superstar, che fu scritto dopo, ma inserito prima dell’ultima canzone come motto. (E in fondo, come altri personaggi successivi di Lloyd Webber -Evita, ad esempio- Giuseppe e Gesù sono simili, se non altro in quanto entrambi superstar). Un altro caso, questo, che ha un equivalente mozartiano, sia pure non nel Flauto magico, ma nel Don Giovanni, nel cui Finale viene citata un’aria delle Nozze di Figaro. In questo gioco di citazioni anche noi abbiamo voluto aggiungerne una, certi di non tradire lo spirito dell’opera che mettiamo in scena: tre triplici “colonne d’armonie” inserite prima della spiegazione del sogno di Faraone, che farà di Giuseppe, da un misero carcerato, il primo ministro dell’intero Egitto. Speriamo che Andrew ci perdoni, e siamo certi che Wolfgang ci perdonerà”.
“Il mito è la festa”, conclude il direttore, “la ripetizione sempre uguale e sempre diversa della stessa vicenda. La vita nel mito, la vita come ripetizione solenne, spesso inconscia, è una forma di vita storica già conosciuta nell’antichità, e ha come strumento l’ironia. Il mito, di cui sono parte tanto la massonica fiaba del Flauto magico quanto la biblica vicenda di Joseph and the Amazing Technicolor Dreamcoat, vive in un eterno presente, un presente mitico, appunto, e si rivela, adesso come nella Canaan del secondo millennio prima della nostra era, nella Vienna del 1791 come nella Londra del 1968, nel sorriso, nell’umorismo e nella fiducia nell’uomo e nella sua capacità infinita di raccontare storie, e sogni”.
Per informazioni: Teatro Menotti, via Ciro Menotti 11, Milano, tel. 02 36592544 – biglietteria@tieffeteatro.it – orari biglietteria lunedì e mercoledì ore 15-18 – martedì, giovedì e venerdì 15-19 – sabato 15.30-19 – domenica 15-16.30 (solo per la vendita della replica pomeridiana). Acquisti online con carta di credito su www.teatromenotti.org

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