Chopin – Studi op.10 e 25

pianoforte  Jan Lisiecki
cd  Deutsche Grammophon  479 1039

chopin-jan-lisiecki

Non ci si sorprende più, ormai, quando si ascoltano i ventiquattro Studi di Chopin snocciolati uno dietro l’altro da giovani interpreti, indomiti nell’affrontare le impervie difficoltà di quei capolavori che ormai sono diventati un termine di confronto abituale, specie per le sempre più fitte schiere di pianisti adolescenti provenienti dall’oriente. La sorpresa torna invece quando ti accorgi che da quella spesso frenetica contesa con la tastiera può tornare ad affiorare la poesia; quanto si è provato ascoltando il disco registrato dal diciassettenne Jan Lisiecki. Nato in Canada da genitori polacchi, Lisiecki aveva subito stupito quando, appena dodicenne, eseguì i due Concerti di Chopin, con un dominio ineccepibile delle difficoltà ma soprattutto con un senso poetico incantevole; un po’ com’era avvenuto per il giovanissimo Evgeni Kissin nella cui storia i due Concerti chopiniani, registrati anche lui a dodici anni , rimangono come un approdo poetico che l’interprete, maturato, senza dubbio oggi uno dei pianisti più autorevoli, non avrebbe più toccato. Perché in quell’esecuzione si coglieva il fremito ineffabile di quella giovinezza che il ventenne Chopin affida alla sua miracolosa scrittura, che è pure quella degli Studi. E proprio tale incanto ci è parso rivivere in questa esecuzione di Lisiecki, il quale non sembra minimamente preoccupato di fronte ai tanti ostacoli che la sua tecnica naturale, fluidissima, supera senza mai tradire quell’ansia, quel senso di sforzo che si avverte in tante esecuzioni. Nessun senso di sfida, dunque, ma il piacere di delibare ognuna di queste pagine per coglierne quell’essenza più segreta che sta nella magìa del canto, come del resto Chopin, innamorato del belcanto italiano, non si stancava di raccomandare ai suoi allievi. E Lisiecki “canta” infatti con quella sensibilità di respiro che filtra attraverso quel madreperlaceo, sempre sorprendente spettro armonico,  attento a cogliere certe movenze più ombreggiate, a seguire il filo secondario di certe linee ritmiche ad esempio che sembra suggerirgli qualche compiacimento fino troppo dichiarato. Ma ciò da cui (finalmente) ci si sente liberati è l’assillo di un virtuosismo troppo istigante, il che significa pure l’eliminazione di certi gesti enfatici che sono andati sedimentandosi nella prassi corrente: raramente si può ascoltare il tempestoso ventiquattresimo studio in maniera così libera, come se l’aria circolasse entro le maglie stringenti degli arpeggi tracciati ansiosamente dalle due mani.
Gian Paolo Minardi

 

 

 


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