Rossini – Matilde di Shabran

interpreti O. Peretyatko, J. D.Florez, P. Bordogna, A. Goryachova, N. Alaimo
direttore Michele Mariotti
orchestra teatro Comunale di Bologna
regia Mario Martone
regia video Tiziano Mancini
formato 16:9
sottotitoli It., Ing., Fr., Ted.
2 dvd Decca 0743813

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Molte, le opere di Rossini che il festival pesarese a lui dedicato ha tratto dall’oblio: ma poche con sorpresa paragonabile a quella suscitata dalla Matilde di Shabran. La si suole collocare nel genere cosiddetto “semiserio”: ma solo perché all’epoca sconosciuto era il termine “commedia” che invece la regia di Mario Martone dimostra quanto le pertenga: entro la scena geniale di Sergio Tramonti (due scale elicoidali contrapposte in verticale al centro del palcoscenico, ognuna ruotante su se stessa quale metafora del continuo cangiare dei sentimenti e delle azioni), le imprime difatti un ritmo da scatenata screwball comedy hollywoodiana, affine ai grandi capolavori dei Wilder e degli Hawks. Ma la direzione di Michele Mariotti va ancora oltre: ogni nota di tale spumeggiare ritmico, l’intride di sublime poesia. Rossini è un mago delle formule musicali. Sembrano reiterarsi identiche, ma solo ove alla bacchetta difetti fantasia e abilità nel variarne di continuo la dinamica, la pulsione ritmica, lo spettro cromatico, così da estrarne quelli che Rossini definì i propri “accenti nascosti” e che un’orchestra del Comunale di Bologna in grandissimo spolvero ci fa scoprire nell’ambito d’una costante morbidezza dei profili, di un’iridescente luminosità nell’articolazione dei diversi piani sonori, d’una leggerezza vibratile e inquieta che di continuo sollecita analoghi tratti nel canto ma anche sapendone accogliere gli spunti: Mariotti, a mio avviso unico vero erede di Claudio Abbado, è oggi il direttore migliore che Rossini possa sperare nell’universo mondo.
Il misogino Corradino e la bella Matilde, in compagnia d’un savio precettore e d’un prigioniero contralto, sono figure cui la musica dona tratti magnifici. Ma la più intrigante resta per me Isidoro, poeta in vendita al miglior offerente, arguto pavido e opportunista che s’esprime in dialetto napoletano: e un gigantesco personaggio costruisce Paolo Bordogna. I miei cromosomi napoletani per una volta non s’attorcinano a un eloquio partenopeo difatti perfetto, di conserva alla sconfinata ammirazione per un talento eccezionale d’attore e per un timbro così bello, ulteriormente abbellito da simile prova di musicalità, tecnica (acutissimi, certi tratti della scrittura: ma sembrano bruscolini, tanta è la facilità con cui fluiscono), ma soprattutto fantasia nel trovare accenti, colori, chiaroscuri capaci di schivare ogni più remota idea di macchietta in favore di tratti non indegni d’un testo di Eduardo.
Juan Diego Flórez è il portento di sempre: fulgore del registro acuto, coloratura nitidissima, capacità di alleggerire, sfumare, rinforzare la linea vocale non importa a quale altezza, recitando per giunta da padreterno e riuscendo espressivo molto più di quanto spesso costumi. Olga Peretyatko, è brava quant’è bella, ed è abbastanza per definire una vocalità sicura, luminosa, musicalissima in una sgranatura virtuosistica mai però autoreferenziale e inserita invece in un quadro accentale e scenico che la laurea eccelsa attrice brillante, una Katherine Hepburn riformulata nei tempi nostri. Il mezzosoprano en travesti Anna Goryachova è titolare di due arie una più bella dell’altra: che trovano entrambe mirabile definizione musicale e drammatica. Ma è tutto il cast, da Nicola Alaimo a Chiara Chialli, da Simon Orfila a Giorgio Misseri, a valorizzare le punte più appariscenti: un ensemble affiatatissimo, capace di ascoltarsi l’uno con l’altro e di stabilire intesa perfetta col direttore nell’ambito d’una recitazione da gran teatro di prosa.
Elvio Giudici

 


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