Cielo e mar

[tenore] Rolando Villazon
[direttore] Daniele Callegari
[orchestra] Verdi di Milano
[cd] Dg 477 7224

Scelte per me incomprensibili, queste alla base del presente recital. Nessuno dei brani (scritti tutti per un lirico spinto quando non addirittura drammatico) c’entra difatti gran che con la voce di Villazon, leggera e lirica se mai ce n’è stata una: e meno che mai c’entra con la sua attuale organizzazione vocale. Il canto sul fiato, questo solidamente appoggiato onde a quello consentire controllo e alternative dinamiche, è difatti troppo spesso sostituito da un’emissione bloccata su una, massimo due dinamiche possibili, a metà strada tra mezzoforte e forte: la zona di passaggio diventa in tal modo un collo di clessidra, oltrepassabile solo con spinte poderose che ovviamente impediscono colore e diversità d’accento, lo sforzo facendosi palese e fastidiosamente avvertibile. Ne deriva che ogni brano è uguale all’altro, che nessuno è davvero interessante, che nessuno ha lo stile che gli compete, che nessuno esprime alcunché. In linea di principio cerco d’evitare l’atteggiamento del vecchio colonnello in pensione che nel ricordare tempi migliori rimpiange più che altro la propria gioventù: se però un tenore iperpromozionato sproloquia – nelle interviste riportate nel fascicolo – di stile, accento, mezzevoci e tecnica, allora ascoltare un simile ‘Cielo e mar’ e ripensare non dico a remoti incunaboli storici, ma a quanto documentato in disco da un Carlo Bergonzi tuttora vivo e vegeto, diventa obbligatorio. Dopodiché, come crudamente dice un vecchio detto popolare, non c’è più trippa per gatti. Lasciamo poi perdere l’idea peregrina d’inzeppare il programma con schifezze quali Figliol prodigo di Ponchielli, Fosca di Gomes, Maristella di Pietri, a corollario di due insipide pizze di Mercadante: il nullo interesse musicale si somma così al carente peso specifico d’una linea ricca di suoni aperti che ostacolano ogni eventuale tentativo di chiaroscuro, aggravato da un’orchestra diretta con mano pesante quando non addirittura letargica come nel caso dell’aria dal Simon Boccanegra.

Elvio Giudici

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248 - Gennaio 2020
Classic Voice