Russian Light

soprano Olga Peretyatko
direttore Dmity Liss
orchestra Ural Philharmonic
cd Sony 88985352232
prezzo 18,30

 

Era ora, secondo me, che la Peretyatko si cimentasse in un recital tutto dedicato al repertorio russo. Recital che è un autentico gioiello, cui fornisce ottima montatura un’orchestra e un direttore di cui non avevo la minima contezza, ma che si dimostrano eccellenti.
Innanzitutto, la scelta dei brani descrive un esauriente arco storico. Si parte infatti dagli albori primottocenteschi dell’opera russa col Glinka del Ruslan e Lyudmila: nella cavatina di quest’ultima, il luminoso registro acuto e l’eccellente sgranarsi della coloratura alzano un vero e proprio inno di giovanile esultanza. E si arriva al tardo Novecento di Sostakovic con la sua pochissimo nota ma invece bellissima Moskvá, Cheryomushki, ovvero, all’incirca, quartiere dei ciliegi alle porte di Mosca: le due canzoni di Lidochka, col loro lento, denso melodizzare che spesso sprofonda sotto il rigo, testimoniano quanto la voce della Peretyatko abbia adesso un centro e un grave che, seppure non particolarmente ampi, sono però corposi, sempre ben timbrati e dunque capaci di aprire un suggestivo ventaglio accentale.
In mezzo, cinque brani di Rimski-Korsakov. L’inno al sole del Gallo d’oro, dove la linea vocale sfoggia, anche nei passi di coloratura, una delicatezza e una trasparenza di rara poesia. La meravigliosa ninna-nanna di Volkhova nel Sadko. Le arie di Marfa Sposa dello zar e della Fanciulla di neve, dove incanta la dolcezza melanconica di base che sa però via via innervarsi di rapinosa energia. La bellissima canzone L’usignolo prigioniero della Rosa, nella quale la voce entra nell’atmosfera incantata creata dall’assolo di clarinetto assumendone il tipico colore che poi s’illumina sposandosi idealmente a quello del violino solista fino a un do acuto di raggiante luminosità da cui scende verso una conclusione sommessa che tuttavia conserva intatta la radiosa dolcezza iniziale.
Quattro canzoni di Rachmaninov, che comprendono il celeberrimo “Vocalizzo” (onorata con superba souplesse ogni richiesta virtuosistica, ma scansata anche ogni relativa meccanicità attraverso un costante, raffinatissimo lavoro sulla dinamica) ma soprattutto le due magnifiche “Non cantare, mia bella” e “È tanto bello qui” , intrise di quella morbida, stuporosa melanconia che proclama il suo esser russa in ogni nota. E infine il sublime canto dell’usignolo dall’opera omonima di Stravinskij: dove l’esempio supremo di Natalie Dessay non sono arrivato a scordarlo, ma non l’ho rimpianto più di tanto. Ed è dire abbastanza, almeno per me.
Elvio Giudic

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