Auber – Fra Diavolo

Quell’ingenuità rivissuta con consapevole ironia nel bell'allestimento all'Opera di Roma
interpreti J. Osborn, A.M. Sarra, S. Ganassi, R. De Candia, G. Misseri, J.L. Ballestra, N. Pamio 
direttore Rory Macdonald
regia Giorgio Barberio Corsetti
teatro Costanzi

ROMA – Rivisitare lavori cui ha arriso enorme successo molto tempo fa, e che sono poi spariti dal repertorio, può essere rischioso. La solita frase che ricorre in casi consimili è “se non la s’è fatta più, una ragione ci sarà”. Il che è talora vero, ma le molteplici ragioni per cui questo avviene chiamano sovente in causa non tanto la qualità quanto il gusto epocale: che spesso s’avvicenda a colpi di antinomie col precedente, relegando nel dimenticatoio (o, peggio, ridicolizzando) quanto il precedente aveva posto sugli altari. L’opéra-comique conobbe i propri fasti maggiori durante gli anni di quella che Savinio ebbe a definire “la brillante uccelliera che era la società del Secondo Impero” (ma a rileggere oggi le critiche musicali di Savinio contenute nella sua Scatola sonora ripubblicata dal Saggiatore, desolante è l’enumerare le colossali papere contenutevi…): legate a filo doppio col gusto di tale epoca, le musiche degli Auber, Hérold, Adam, Thomas conobbero successi strepitosi che via via impallidirono fino alla scomparsa dopo la tragedia di Sedan. Il gusto dominante del tardo Ottocento e del Novecento non poteva in alcun modo trovarsi in sintonia con l’eleganza un po’ calligrafica ma al fondo spumeggiante e soprattutto disimpegnata di un’opera come Fra Diavolo. Tutte cose, invece, che possono trovar credito nella nostra epoca, quando una certa qual saturazione dell’impegno-prima-di-tutto toglie un po’ della scomunica al divertimento comminata dalla musicologia più seriosa. Purché, ovviamente, si rispetti la sovrana regola teatrale per la quale non vale tanto cosa si fa, ma come la si fa: e questo Fra Diavolo l’Opera di Roma l’ha fatto benissimo.
Intanto, l’edizione approntata. Sostanzialmente la seconda, quella italiana, nella quale Auber immette diversi brani nuovi e molto riusciti, volgendo in recitativi accompagnati gli originali dialoghi: ma scansando il fastidio procurato dai versi scellerati di Manfredo Maggioni con l’impiegare l’originario francese per i brani della prima versione, e traducendo (ottimo lavoro di René de Ceccatty) gli orrori della seconda. L’Ogm funziona. Il palese rossinismo cui s’impronta tutta la scrittura accoglie senza sforzo – mediato proprio dalla lingua – lo charme disincantato, un po’ cinico e molto scettico, che proclama il suo essere parigino direi a ogni nota: anche perché, per fortuna, l’esecuzione lascia perdere il fastidiosissimo cincischio del virtuosismo ricercato, delle variazioni ad ogni costo, e insomma di tutte le sovrastrutture coccodeggianti che – come altre edizioni hanno abbondantemente evidenziato – appesantiscono senza rimedio una teatralità che vive invece di leggerezza, verve, ironia.
Tutte cose che scintillano nell’orchestra briosa ed elegantissima di Rory Macdonald, antico assistente di Pappano rivelatosi affabulatore di gran classe. Lo spettacolo porta la firma di Giorgio Barberio Corsetti, ma (un po’ come accaduto a Parma con la Pietra del paragone rossiniana) è una regia fatta dai video: il team Igor Renzetti, Alessandra Solimene, Lorenzo Bruno, fa sfilare sfondi sempre cangianti nei quali Pane amore e fantasia viene rivisitata in cartoon e sagome videolavorate nei quali l’ingenuità è rivissuta con consapevole ironia facendo andare armoniosamente a braccetto piccante sensualità e delicata poesia. Tutto comunque servirebbe a poco, senza l’apporto d’un cast vocalmente e scenicamente magnifico come questo.
John Osborn torna all’Opera dopo il suo formidabile Cellini, confermandosi tenore di tecnica solidissima e interprete fantasioso, elegante, di rara comunicativa. La coppia “inglese” di Sonia Ganassi e Roberto De Candia (il quale, quasi in contemporanea, realizzava a Parma un memorabile Falstaff) sciorina tutta l’arte del “dire” senza la quale questi personaggi risulterebbero scipiti anziché gustosissimi come invece sono. Anna Maria Sarra, con la sua grazia acerba ma proprio perciò perfetta per Zerlina, non fa minimamente rimpiangere la prevista e sempre tanto gestrosa Pretty Yende; e il suo innamorato Lorenzo trova in Giorgio Misseri un ottimo partner. La coppia comica Jean-Luc Ballestra (gran bella voce di basso) e Nicola Pamio è spiritosa senza sconfinare nello spiritato caccolame: ciliegina finale su una torta da grande pasticceria.
Elvio Giudici

 

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