Donizetti – La favorite

interpreti E. Garanca, M. Polenzani, M. Kwiecien, M. Kares
direttore Karel Marck Chichon
orchestra Bayerisches Staatsorchester
regia Amélie Niermeyer
regia video Tiziano Mancini
sottotitoli Fr., Ing., Ted., Sp.
2 dvd Dg 004400735358

 

È inutile, non se ne esce. Tutte le volte che viene chiamato in causa uno spettacolo tedesco riguardante un lavoro italiano, si finisce col dover cominciare dall’allestimento e dalle quasi inevitabili perplessità che suscita. È considerata colpa da gogna in piazza, al di là delle Alpi, se l’epoca storica d’un libretto italiano restasse quella prevista. E almeno la ponessero in una zona extratemporale: no, sempre e comunque contemporanea, però in luoghi stranissimi e con profluvi di simboli e rimandi. Ma dopo circa cinquant’anni di operazioni siffatte, a me pare che dovrebbe essere ormai chiarissimo come vada magari bene spostare epoca, inventarsi una drammaturgia, proporre quiz: ma solo a patto che, in aggiunta all’ovvia necessità di dover poi ricomporre il tutto in una linearità narrativa che sia immediatamente seguibile, gli snodi centrali della vicenda diciamo così “nuova”, siano gli stessi della tradizionale, provvedendo a conferire loro eguale o – meglio – accentuata forza espressiva. Altrimenti, a che pro? Se un gesto non deriva dal “nuovo” contesto, ma potrebbe star benissimo in quello vecchio, sarà mica più semplice e giovevole sia all’immediata comprensione sia alla comunicativa – che a teatro serve sempre – il mantenere tale contesto o traslarlo il minimo sindacale possibile? Massime, poi, allorché la vicenda chiama in causa valori e situazioni inconcepibili al di fuori dell’epoca in cui è previsto debbano svolgersi.
In quest’opera, ad esempio, e specie eseguendola (come ormai è imperativo) in francese e quindi scansando i brutti versi italiani del Jannetti ma soprattutto le alterazioni censorie che hanno fatto di Baldassarre il padre di Fernando ma anche della moglie del re, sicché quando lui giunge alla corte a far sfracelli la faccenda diventa una petulante lite di famiglia tra suocero e genero anziché lo scontro tra potere temporale e spirituale nell’ambito d’un contesa pubblica centrata attorno a concetto di onore cavalleresco. Scontro e questione d’onore che in una trecentesca corte di Castiglia hanno un senso, laddove un tizio con cappottone sformato che sbraita in mezzo a gente in smoking, cravattino, completi Armani, comunica solo uno stranito fastidio.
Ma anche ammesso che tutto ciò possa traslocare ai giorni nostri onde renderlo più accetto, occorre poi serrarlo in un contesto dove non imperi né il simbolo da asilo Mariuccia, né tanto meno il comico involontario. Amélie Niermeyer dicono essere una regista di prosa interessante, che da una decina d’anni s’interessa anche di lirica: di lei non ho visto nulla, ma questa Favorite non mi fa venir voglia di vedere alcunché d’altro.
Una moltitudine di sedie costituisce l’unica oggettistica: sedie che vengono continuamente buttate per terra o spostate o trascinate, sempre con gran fracasso; su cui ogni tanto si sale (Léonor termina la sua grande aria piazzandosi ritta su una sedia: magari ha un senso, ma non l’ho colto e me ne scuso). La scena è chiusa da tre moduli metallici che dividono il palcoscenico creando ambienti oppure formando un fondale di grate metalliche utili per battervi i pugni e fare altro rumore oltre a quello delle sedie. La favorita indossa un cappottone rosso-peccato che si toglie quando viene promessa a Fernand, ma allorché Balthazar la svergogna si riduce in sottoveste bianca. Un grande Cristo compare ogniqualvolta s’invoca il Cielo, e Léonor dovrebbe diventare una sorta di Maddalena penitente per peccati commessi, il genere dei quali ci viene suggerito allorché, durante il balletto (molto scorciato), Alphonse si siede accanto a lei sulle solite sedie, assistendovi guardando la platea (quindi il balletto è suonato ma non danzato) e costringendola a una rapida fellatio. E abbia pazienza la signora Niermeyer, ma quando Fernand deve reagire al disonore infertogli gettando in faccia al re il collier de chevalerie che aveva ricevuto, e spezzando poi la spada: trasformare il collier in cravattino dello smoking e la spada in giacca buttata a terra, beh, a me pare che la forza espressiva della scena subisca una diminutio notevole.
Se la scena è un’anatra zoppa, l’orchestra la fa zampettare in una morta gora paludosa: il consorte della protagonista dirige infatti con una mazza da fabbroferraio impugnata a mo’ di metronomo, senza la benché minima pulsione dinamica, un colore, una sfumatura. Noia da tagliare a fette. Rabbia nera, giacché coro e orchestra di Monaco sono di altissimo livello, e perché il cast è ragguardevole.
L’organizzazione vocale di Elina Garanca è ideale per Léonor: mezzosoprano acutissimo, con i si naturali e i do che squillano con insolente facilità; linea morbida, luminosa, con legati magnifici; omogeneità perfetta tanto nei piani quanto nei forti. La figura è del pari ideale, riuscendo a farsi valere anche con gli orrori che deve indossare; e la capacità di stare in scena è indubbia. L’accento, purtroppo, è quello suo solito: tanto tanto freddino, con una gamma di colori parecchio limitata nonostante l’eccellente tecnica le consentirebbe di variare la dinamica come e quando vuole. Nato per lei, lo spettacolo a mio avviso se lo porta quindi a casa Matthew Polenzani. Voce non squisita ma tecnica scaltrita, che gli consente di legare, smorzare, rinforzare plasmando una linea morbida, fluida, lunghissima grazie a una tenuta di fiati non comune, con proiezioni all’acuto senza problemi (il do diesis della prima aria è raggiunto quasi con nonchalance, tra uno stuolo di gente che incongruamente ascolta, impegnatissima a farsi di continuo gran segni di croce), ma soprattutto con quelle continue sfumature accentali che fanno difetto alla partner. Mariusz Kwiecien canta piuttosto bene, ma il suo Alphonse ipercinetico e tonitruante difetta parecchio tanto in morbida sensualità quanto in insinuante protervia, banalizzando un personaggio di tutt’altra complessità. Voce grigiastra e linea come duro sasso rendono molto sgradevole Balthazar.
Elvio Giudici

 

 

 

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