Gounod – Faust

L'opera torna alla Fenice con un Faust pieno di idee, sostenute su un cast di cantanti-attori
interpreti I.A.Rivas, C.Remigio, A.Esposito, A.Noguera, P.Gardina
direttore Frédéric Chaslin
regia Joan Anton Rechi
teatro La Fenice

VENEZIA – Ecco un ottimo esempio di quanto paghi il saper volgere in gran virtù una sgradevole necessità. La Fenice aveva programmato Faust come anniversario della riapertura del teatro dopo i sei anni di chiusura per Grande Guerra ed epidemia di Spagnola: e un’altra pandemia ha bloccato il progetto. A Venezia s’è andati avanti a concerti in streaming, aspettando il pubblico per l’opera: dunque via col Faust, ma un Faust che la necessità-Covid obbliga ancora alle ormai note limitazioni. Rechi – uno che s’è fatto le ossa come assistente di Calixt Bieito, e non c’è bisogno d’aggiungere altro – rimanda il suo spettacolo alla stagione prossima, e ora ne inventa un altro: a fine serata, mi trovo a dubitare che possa far meglio.
La scena è il teatro, sicché difficile possa immaginarsi più bella, la Fenice essendo la Fenice. Orchestra in buca (buca particolare: direttore sull’estrema destra, primo vìolino alle spalle,  orchestrali in ordine verso sinistra con timpani nel palco di proscenio; funziona benissimo); azione quasi tutta in platea, con alcuni allargamenti al palcoscenico; costumi ottocenteschi; unica oggettistica alcuni banchi di chiesa, sicché la platea diventa  navata di cattedrale, col pavimento ricoperto da teloni bianchi  su cui piovono riquadri variopinti, come luce che si sfrangia passando per delle vetrate dipinte. Brillantemente risolti alcuni momenti sempre stati scabrosi. La Kermesse è un matrimonio tra un ufficiale e una borghese, amata anche da Wagner con relativo scontro tra i  due uomini che sfocia in una sfida a duello (così vediamo attuarsi la profezia di morte annunciata da Mefisto); e durante il “Le veau d’or”, come nella celebre e remota regia scaligera di Barrault, tutti diventano marionette meccaniche mosse dai lacci invisibili di Mefisto, che tirano via i teli bianchi rivelando un pavimento a specchio: tutta l’azione vi si riflette, ed è come se si rivelassero le segrete psicologie d’ognuno. Il valzer è ballato dagli sposi, e per una volta non è minimamente goffo. La canzone dei  gioielli la canta una Marguerite che di mestiere fa la sarta (ed è sempre vessata dal fratello che in pratica ne fa una reclusa, opponendosi a che balli nella Kermesse o anche solo che parli con Siebel) e sistema tre vestiti su altrettanti manichini, ma al quarto si trova davanti un abito tempestato di gioielli, s’incanta, si spoglia (Carmela Remigio se lo può permettere) e l’indossa. Sensazionale la Serenata, che recupera tutto il suo contenuto sarcastico perché tradotta in numero da café chantant, recitato e cantato da un Alex Esposito più portentoso che mai. Nella scena della chiesa (quella della camera è tagliata, come il balletto in quella di Walpurgis) Marguerite è stremata perché incinta. Molto bella l’idea, nel terzetto finale, di Marguerite che rivolge le sue profferte non a Faust ma a Méphistophélès, pugnalandosi alla fine.
Spettacolo insomma privo d’alcun punto morto, zeppo d’idee azzeccatissime embricate l’una all’altra così da tenere sempre in tensione l’arco narrativo, in un uso magistrale dello spazio e un imposto recitativo superbo reso possibile dal poter disporre d’un cast nel quale tutti riescono a non sfigurare accanto a due cantanti-attori del calibro di Esposito e Remigio.
Chaslin è qua e là un filino pesantuccio, ma oltre a venire a capo delle obiettive difficoltà degli innaturali posizionamenti stacca tempi sempre logici, sempre molto “narranti”, e accompagna benissimo. Nel cast, lascia a desiderare solo il Valentin cantato proprio maluccio da Armando Noguera; ma Paola Giardina è un ottimo Siebel, William Corrò si fa notare come Wagner (e non è facile), il coro di Claudio Moretti è pienamente all’altezza: e i tre principali sono semplicemente memorabili.
Ivan Ayon Rivas, non ancora trentenne, si pone già tra i tenori lirici di riferimento: voce bella emessa benissimo, con una facilità invidiabile negli involi all’acuto (il pestifero do della “Demeure” è gloriosamente presente alle bandiere) ma soprattutto con una flessibilità nel padroneggiare le pulsioni dinamiche che assicura piani  e pianissimi di grande suggestione. Carmela Remigio è una Marguerite stupenda per la linea di canto morbida, omogenea, chiaroscuratissima, retta da musicalità strumentale e una varietà di fraseggio davvero rara, che nell’unirsi a un’intensità straordinaria nel gesto, plasma quindi un personaggio anni luce lontano dall’ochetta all’arcolaio che si subisce tanto spesso: non la si dimenticherà facilmente.
Quanto ad Alex Esposito, sono anni che è tra i massimi cantanti-attori che la corda di basso può vantare: qui alla Fenice l’avevamo lasciato, alle soglie della pandemia, come portentoso Filippo II, e ora ci dà un Méphistophélès quale ben difficile sarebbe immaginare migliore. Canto, recitazione, carisma: tutto all’ennesima potenza. Ma c’è  soprattutto la sua strepitosa capacità di scolpire ogni parola senza mai cadere nel cincischio, scrostando da questo personaggio tutti quegli eccessi reboanti che lo “tirano” verso Boito laddove Gounod ne farebbe un sulfureo raissonneur da salotto parigino: a mio modesto avviso, siamo davanti a un’interpretazione storica.
Elvio Giudici

 

 

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269 Ottobre 2021
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