Pink Floyd/Carmen Suite

La compagnia di balletto del Massimo di Palermo si reinventa a misura ridotta

Il Teatro Massimo di Palermo non ha rinunciato alla sua compagnia di balletto, mantenendola viva in una dimensione peculiare, che comporta la messa in scena di lavori adatti alle sue dimensioni e alle sue qualità.
Di recente la scelta è caduta su un dittico, affiancando i Pink Floyd e Scedrin-Bizet, nel segno degli anni Sessanta, con appunto Pink Floyd e Carmen Suite.
Pink Floyd, a firma Micha Van Hoecke (Belgio, 1944),è intessuto con quell’abituale tocco poetico-nostalgico che contrassegna un autore amante delle visioni poetiche, delle figure simboliche e delle evocazioni sentimentali.
Questo lavoro, già proposto l’estate scorsa al Teatro di Verdura, è dedicato alla sorella gemella scomparsa Marina e porta alla luce momenti e suggestioni della biografia dell’autore, braccio destro di Maurice Béjart negli anni d’oro. Tanti i personaggi, il padre in primis, Denis Ganio (Avignon 1949), ex stella maschile di Roland Petit, qui nel ruolo del padre, un angelo con le ali nere, maestro e despota; la madre, Elisa Arnone, drammatica, e i figli. E poi l’Ombra, cioè il lato oscuro di ognuno, Andrea Mocciardini o Alessandro Casà, ai quali è riservato il maggiore ardimento. Giuseppe Bonanno, il clown, nel suo gonfio costume di lustrini, introduce le danze sociali: una signorina in bicicletta, un’altra con il pallone-pancia gravida, tre belle da spiaggia con tacchi e occhialoni, e gente con nasi rossi da pagliacci e con palloncini fiammanti da festa.
L’atmosfera è psichedelica, con i ragazzi in jeans che saltano e piroettano, e con una coppia fasciata di pelle nera in un pas de deux plastico-erotico. Risuona sullo sfondo The Great Gig in the Sky. Belli gli anni della gioventù libertaria e avventurosa di allora: questo il messaggio.
Van Hoecke ha poi continuato questo viaggio nella memoria con Shine!, prodotto da Daniele Cipriani per il festival di Ravenna, su musica dal vivo degli italiani Pink Floy Legend.

Carmen Suite, coreografia del cubano Alberto Alonso (Habana 1917-Florida 2007), cognato della leggendaria Alicia è una hit di lungo corso, nata nel 1967 al Bolshoi di Mosca per la divina e temperamentosa Maya Plisetskaya sulla musica elaborata da Bizet ad opera del marito, Rodion Scedrin: uno scandalo al debutto, per troppo eros e niente tutu. Nonostante le censure, la vita di questo lavoro è stata poi durevole e felice, a Cuba con Alicia Alonso stesa, magnifica, e ora con Viengsay Valdés, sua erede, e in Russia, nei corpi fuoriclasse di Diana Vishneva, Uliana Lopatkina, Natalia Osipova e, guest a Palermo, Svetlana Zakharova, istruita dal coreografo stesso quand’era ormai ottantenne. Circondati dai ragazzi della compagnia del Massimo, tra cui Francesca Davoli o Romina Leone come Fato, la longilinea Zakharova o in alternanza la più compatta Tatiana Tkacenko del Marinsky, Denis Rodkin del Bolshoi o Ivan Oskorbin del Marinsky come Don Josè, e il superbo, biondo e seducente, Mikhail Lobukhin del Bolshoi come torero hanno mostrato molto bene come questo sia un balletto del tutto classico sotto “mentite spoglie” moderno-ispano-caribeñe, esigente nel lavoro in punta impietoso, su cui occorre innestare la giusta sensualità con assoluta precisione formale. Garantita da due maestre cubane come rimontatrici, Sonia Calero, terza e ultima moglie di Alberto Alonso, e María Cristina Álvarez, già interprete del ruolo del Fato a Cuba e autrice di un prezioso testo sulla tecnica e lo stile cubani. Ottima la direzione d’orchestra di Aleksej Bakla, aumentata di strumenti percussivi caraibici; figlio di ballerini è uno specialista sensibile ed elegante.
L’estate ha riportato poi la compagnia del Massimo al Teatro di Verdura, con più pezzi adatti alle sere sotto le stelle: il duo Plasma di Valerio Longo, ben noto come danzatore in Aterballetto; alcuni brani dalla Bella addormentata di Matteo Levaggi; una creazione neoballettistica commissionata per Palermo la scorsa stagione con Romina Leone come Aurora, Michele Morelli come Principe e Gianluca Mascia come Fata dei Lillà; il passo a quattro dei contadini dalla Giselle di Ricardo Nuñez, cubano, che portava con sé il gran sapere della versione top di questo capolavoro romantico di Alicia Alonso; il passo a due da Don Chisciotte di Petipa con Sara Renda-Kitri e Alessio Rezza-Basilio; e per finire Quadro Ravel, “in odore di Bolero”, novità ancora di Longo. Direttore di questo “più che gala” Simon Krecic; maître de ballet il cino-cubano Lienz Chang, certo espertissimo del Don Chisciotte, altra perla del repertorio alonsiano.
La Isla bella, la Isla Grande dei Caraibi con ogni evidenza è in perfetta e ideale sintonia con la nostra Trinacria meravigliosa.

Elisa Vaccarino

 

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