Recital mon amour

Nei festival azzoppati dal Covid impazzano. Regalando, come a Martina Franca, frammenti di teatro
mezzosoprano Josè Maria Lo Monaco
pianista Michele D’Elia
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tenore Francesco Meli 
baritono Luca Salsi
pianista Davide Cavalli
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soprano Lidia Fridman
pianista Orazio Sciortino
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contralto Sara Mingardo
soprano Francesca Aspromonte
direttore Francesco Corti
orchestra Il Pomo d’Oro
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soprano Jessica Pratt
tenore Xabier Anduaga
pianista Giulio Zappa
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soprano Anna Caterina Antonacci
pianista Francesco Libetta
direttore Antonio Greco
orchestra Cremona Antiqua
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MARTINA FRANCA – Dovendo rivoluzionare il proprio cartellone per i noti motivi, il festival della Valle d’Itria ha mostrato iniziativa e fantasia nell’organizzare un programma che, una volta postane al centro la prima versione della straussiana Arianna a Nasso, sotto il malizioso titolo “Per ritrovare il filo” ha esplorato generi stili e repertori in diversa misura collegabili al mito di Arianna. Esclusa l’opera, i concerti di canto consentivano di rispettare le regole Covid e di avere ampio margine di scelta.
Francesco Meli e Luca Salsi hanno replicato la loro fortunatissima serata piacentina di un mese prima presentando lo stesso programma tutto verdiano. Salsi soffriva ancora in parte dell’abbassamento di voce che gli ha precluso il recital della riapertura della Scala: ha cantato molto sulla tecnica, che come e più di sempre è formidabile, e in coppia con un Meli in super forma (questo suo “Ma se m’è forza perderti” lo ricorderò molto, molto a lungo) ha fatto ascoltare un “Credo” strepitoso per proseguire poi un finale secondo di Otello che, se il buongiorno si vede dal mattino, preannuncia due interpretazioni destinate a fare storia.
La prevista serata con Veronica Simeoni è saltata, ma il dispiacere è stato mitigato dalla possibilità d’ascoltare comunque l’eccellente pianista Michele D’Elia accompagnare la brava Josè Maria Lo Monaco in un programma un filo meno accattivante ma sempre decoroso.
Cinque concerti pomeridiani hanno fatto ascoltare musiche sei-settecentesche assai desuete rivelatesi spesso molto interessanti: memorabile, in ispecie, il programma assemblato dal bravissimo pianista-compositore Orazio Sciortino, con al centro un lavoro di Muzio Clementi, autore per lo più di nobili pizze, ma che una sua Sonata – grazie anche all’esecuzione, va sottolineato – è parsa una sorta di Ballata tragica ispirata all’altra grande abbandonata, Didone. Ottimo accompagnatore, poi, di Lidia Fridman impegnata nella gran scena finale della rossiniana Armida.
A Sara Mingardo, che trent’anni fa s’ascoltò a Martina in una piccola parte del Giulio Cesare, è stato consegnato il premio Celletti al termine d’un concerto dove classe, stile, musicalità, pathos espressivo si sono per l’ennesima volta imposti, vincendo occasionali fragilità d’una linea comunque ancora bellissima. Accanto a lei, la vocalità di Francesca Aspromonte è apparsa un po’ meno suggestiva di altre volte, con una tal quale durezza in alto che spero proprio voglia ammorbidire al più presto.
Fuochi d’artificio a oltranza, invece, nel recital di Jessica Pratt. Sostenuta dal pianoforte di Giulio Zappa che per incisività e ricchezza di colori era una vera e propria orchestra in miniatura, ha sciorinato non solo la serie d’impressionanti bellurie vocali cui ci ha resi adusi, ma anche una partecipazione emotiva che in Sonnambula e Elisir ha colpito non meno delle girandole pirotecniche accese nella celebre aria della bambola dei Contes offenbachiani.

Accanto a lei Xabier Anduaga ha sfoggiato la sua voce più bella che mai, ma il bagagli tecnico, pur ragguardevole, è ancora inadeguato per ergere appieno una pagina rossiniana impervia come “Cessa di più resistere”: e il fa sovracuto di “Vieni tra queste braccia” andava evitato perché senza un’emissione tutta diversa che lo prepari e lo giustifichi, quel falsettino al limite dello scrocchio è quasi inevitabile.
Ma la serie di concerti ha trovato la serata di gloria alla fine, quando anche Anna Caterina Antonacci è tornata a Martina dopo trentadue anni dai suoi Amore e Pallade nella Poppea dell’88: e s’è confermata essere artista tra le più gigantesche degli ultimi lustri, in un programma diviso a metà: Monteverdi e Charpentier con l’ottimo complesso Orchestra Cremona Antiqua, e la seconda novecentesca col bravo pianista Francesco Libetta . I due monteverdiani Lamenti (di Arianna e della Ninfa) sono di sublimità tragica lancinante, con un impiego delle note ribattute a fini espressivi che ne confermano l’impareggiabile statura stilistica.

La scolpitura della parola con cui cesella il dolore offeso e la regalità impotente di Ottavia nel “Disprezzata Regina” lascia letteralmente tramortiti. La sua Medea di Charpentier, da poco memorabilmente affrontata in teatro, se non induce qualche direttore artistico nostrano a presentarsi con un contratto in bianco mi sa che costoro hanno sbagliato mestiere. E poi la morbidissima sensualità sempre ambiguamente oscillante tra melanconia, dolore, sorriso, dei suoi Poulenc. E poi Respighi e Martucci, coi quali si scendeva dall’empireo in terre più provinciali, ma grazie a simile classe e intensità espressiva non stridevano più di tanto col resto. E infine la chicca suprema col bis. Partono le prime tre note dell’Habanera della Carmen e tu pensi “beh, grande ma forse un filo banale come scelta”… e sei fregato: mutata in brano da camera, tutta tutta tutta a fior di labbro, sussurrata, insinuante, una tavolozza di colori degna d’un Renoir, sublime riflessione sulle infinite ambiguità e sul piacere del sesso che t’illudi possa diventare amore ma sai che non lo sarà, però come si fa a non provarci. E poi… poi è insomma Anna Caterina Antonacci: artista somma, serata indimenticabile.
Elvio Giudici

 

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