Mozart – Don Giovanni

interpreti I. D’Arcangelo A. Concetti, M. Papatanasiu C. Remigio, M. Bisceglie 
M. Miller, W. Corrò, E. Iori
direttore Riccardo Frizza
orchestra Regionale delle Marche
regia Pier Luigi Pizzi
regia video Davide Mancini
dvd C-Major 749308

 

Una buona direzione: incalzante, varia, incisiva, astuta nel privilegiare tempi spediti che non mettono troppo alle corde un’orchestra molto diligente ma non proprio eccelsa. Racconta insomma benissimo, Frizza, una storia senza troppi sottintesi o rimandi al Mito. Don Giovanni va verso il playboy piacione e scavezzacollo, che mentre dà l’assalto a una ragazza fa già l’occhiolino all’altra e, tra una mielata parola e un’allusione esplicita, va giù piatto di mano sotto la gonna. Perfetta sintonia con Pizzi, che nel lillipuziano spazio del Lauro Rossi maceratese imposta nel 2011 uno spettacolo nel quale rifulgono per l’ennesima volta l’intelligenza e il gusto che da sempre formano la sua cifra di scenografo e costumista. Palcoscenico ricoperto da un altro, fortemente inclinato in avanti e che al proscenio forma un’apertura molto stretta ma sufficiente a contenere una figura sdraiata, così da risolvere tutti i problemi degli “a parte” e dei nascondimenti, nonché le apparizioni demoniache finali: rappresentate da uomini e donne nudi che lo afferrano, lo mordono, lo avvolgono e infine spariscono con lui. Il fondo è aperto sul vuoto, consentendo controluce molto suggestivi: come l’apparizione di Elvira, lei e le sue valige silhouettate su un bianco abbagliante, così da suggerire un arrivo da remote lontananze. La quinta sinistra e il soffitto sono a specchi scuri leggermente sfalsati, che scompongono i riflessi dei palchi settecenteschi del teatro. Le luci sempre soffuse creano atmosfere pittoriche subito riferibili agli interni settecenteschi delle tele di Boucher e Watteau. Un rigido sipario cremisi passa e ripassa segnalando il mutare degli ambienti, definiti da un solo oggetto: sedia, canapè verdolino, ma soprattutto un onnipresente grande letto, il biancore delle cui lenzuola è allora la principale fonte di luce della scena. Regia poca, magari: ma ambiente scenico bellissimo, nel quale un cast giovane, di bell’aspetto e che sa stare in scena, fa spesso illudere ci sia.
Un gran bel cast. D’Arcangelo è in gran forma: timbro brunito e pastoso, linea dove si mixano morbidezza, solidità, estensione; dizione scolpita, impiegata con fantasia a valorizzare un gioco d’accenti vario, acuto, interessante. Concetti è tra i migliori Leporello di sempre per qualità di linea e scavo certosino della parola senza che lo scavo minimamente s’avverta. Carmela Remigio debuttava Elvira e, mentre continuava a essere l’Anna migliore degli ultimi trent’anni, ne fu da subito interprete eccezionale per come canta, per come indirizza il canto a un fraseggio chiaroscuratissimo e dallo stile che più mozartiano sarebbe impossibile immaginare, e – non ultimo – per come sa stare in scena.
Molto brava Manuela Bisceglie, spigliatissima in scena e capace d’un canto morbido, avvolgente, assai ben controllato. Un po’ al di sotto la Papatanasiu, voce metallica e con diversi stridori in alto compensati però da un fraseggio tagliente e temperamentoso. Solito problema di tanti Don Giovanni, Ottavio: voce dura, ribelle ai tentativi di ammorbidirla o d’immetterle qualche colore lavorando di dinamica, il bloccarsi in gola provocando fissità e diversi problemi d’intonazione. Bene soprattutto scenicamente Corrò e Iori.
Elvio Giudici

 

 

 

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