“Jérusalem” di Verdi, regia di Hugo De Ana

Parma, Teatro Regio, dal 28 settembre al 20 ottobre

Titoli dalla grande popolarità come La traviata, Falstaff e Messa da Requiem ed altri come Stiffelio di assai minor frequentazione nei cartelloni internazionali. Sono questi gli ingredienti principali del cartellone del Festival Verdi che, dal 28 settembre al 22 ottobre, animano Parma e Busseto. Ad inaugurare la kermesse, il 28 settembre al Teatro Regio di Parma, è un’opera verdiana assai poco rappresentata come Jérusalem proposta in un nuovo allestimento con la regia, le scene ed i costumi dell’argentino Hugo de Ana, classe 1949, qui al debutto assoluto con questo titolo.

“In realtà, Jérusalem è molto più di un rifacimento. È un’opera totalmente nuova e differente da I Lombardi, sia per la trama, con Milano che ‘diventa’ la Tolosa del 1095 e poi Gerusalemme e con i Lombardi che ‘si trasformano’ in frati, sia per la parte musicale che vanta un canto dalle linee melodiche più ampie e colori orchestrali più ricchi. Per tutto questo Jérusalem può dirsi assolutamente un Grand Opéra! Ha tutti i canoni di questo stile: lo sfondo storico con una trama avvincente, colpi di scena, marce, balletto, l’importanza fondamentale del coro e, non per ultima, la lingua in cui è stata scritta, il francese. Così ho cercato di rispettare al massimo queste sue peculiarità. In realtà, in Italia il Grand Opéra non ha avuto e non ha la stessa presa sul pubblico che ha ottenuto in Francia. Oggi il pubblico è abituato alla velocità, all’immediato, alla comprensione facile e naturale. Con questa mia produzione cerco di ribaltare questi cliché grazie anche ad un apparato scenico che sottolinea ogni aspetto della vicenda, sia pubblico sia privato. In Jérusalem conosciamo due uomini, Gaston e Roger, amare la stessa donna, Hélène, figlia del Comte de Toulouse. Una situazione conflittuale che porta ad una serie di eventi di crescente complessità fino alla morte di Roger, pentito dei suoi misfatti, e di Gaston che si redime dopo la vittoria dei Crociati”.
Che cosa l’ha affascinata di quest’opera ancora tutta da scoprire?
“La cosa che ho trovato più interessante nel lavorare a questa produzione è stato proprio il fatto che sia un’opera non molto rappresentata. Lavorare ad una nuova produzione è sempre una bella sfida ma, in questo caso, in quest’opera cosi complessa in quattro atti, lo è ancor di più. Ritengo infatti che il regista, lo scenografo ed il costumista, abbiano una responsabilità enorme nel fare arrivare l’essenza dell’opera, raccontando la storia sempre con un occhio nuovo, ma rispettando la musica dell’autore. Il Coro di quest’opera, che qui rappresenta il popolo francese, dei pellegrini e di Gerusalemme, ha avuto per me, ad esempio, un’importanza fondamentale ed un’enorme fascinazione così come i drammi, gli amori e le solitudini dei protagonisti come Roger, interpretato qui dal tenore Ramón Vargas, Gaston, cui dà corpo e voce il basso Michele Pertusi, ed Hélène, interpretata dal soprano Annick Massis”.
Nella sua Jérusalem si rispettano date e luoghi del libretto?
“Di sicuro non ne ho fatto una trasposizione in epoca contemporanea! Sono stato fedele ai luoghi dell’azione, creando sul palco spazi dalla forte carica simbolica con una Tolosa e una Gerusalemme ‘suggerite’, non dichiaratamente messe in scena. E anche le coreografie del balletto del terzo atto di Leda Lojodice vanno in questo senso, non essendo univocamente né di stile classico, né contemporaneo”.

Antonio Garbisa

 

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