Verdi – Attila – Teatro alla Scala – recensione

Chailly riconosce la nobiltà del giovane Verdi, ma lo spettacolo è solo bello da vedere

Ha ragione Riccardo Chailly quando traccia una linea a congiungere Giovanna d’Arco, Attila e Macbeth in una sorta di trilogia giovanile verdiana? Viste in prospettiva, e a prescindere dagli esiti, le tre opere condividono in effetti uno stesso calco drammaturgico. Già dalla cavatina di Odabella attaccata da Saioa Hernández nella seconda scena, le analogie con l’esordio della Lady nel primo atto di Macbeth sono evidenti. E d’altra parte la “vergine guerriera” trova un antecedente immediato nella stessa belligerante Giovanna. Per non dire del ruolo del fantastico che ritorna in Attila nelle apparizioni papali e nei sortilegi meteorologici anticipando le epifanie stregonesche del Macbeth e procedendo dalla musica diabolica dei deliri di Giovanna. E comunque se al teatro d’opera, e soprattutto alla Scala, si chiedono “progetti artistici”, quello proposto da Chailly – che si completerà verosimilmente con Macbeth – lo è a tutti gli effetti. Dirigere Attila da questo punto di osservazione equivale dunque a trovare il giusto equilibrio tra il credere fino in fondo alla schiettezza acerba del primo Verdi e nello stesso tempo restituirgli quella dignità strumentale e teatrale in grado di sbalzare i suoi nuovi e problematici caratteri: senza cedere alla tentazione di cuocere l’intero torso drammaturgico in un unico pentolone di sentimenti ribollenti ma generici.

Chailly ha cercato e trovato questa misura. Il suo Attila è l’opposto di quello che la retorica del Verdi quarantottesco ci ha abituati a richiedere alle sue partiture giovanili. In questo Verdi non c’è solo sangue e foga. Ci sono invece spunti orchestrali da raccogliere e proiettare sul palcoscenico, da far dialogare coi personaggi. Il “progetto” del direttore comincia da qui, dal risarcimento artistico dovuto al compositore che soltanto un anno dopo avrebbe composto quel capolavoro che è Macbeth. Con questo Verdi non basta e non serve darci dentro. Basta sentire come stacca l’inno al re di “Wodano ministro e profeta”: senza concessioni all”effettismo. E d’altra parte la concertazione è tutt’altro che incolore. Chailly non cerca le vibrazioni verdiane nelle accensioni agogiche o dinamiche, nelle velocità scavezzacollo o nelle impennate sonore della tradizione, ma nell’accento orchestrale ben pronunciato, nell’abbrivio sonoro scolpito. I suoi accompagnamenti sono una quinta voce sulla scena, pronta a ritrarsi dopo aver dettato alla situazione teatrale il passo ritmico e l’atmosfera emotiva. L’orchestra di Chailly non accompagna, ma intona una sua personale parola scenica. In questo quadro musicalmente sensibile e variato nelle minime inflessioni manca, è vero, qualche stacco rapinoso: il “cabalettismo” di Attila lo avrebbe richiesto. Altrove i tempi appaiono slentati (il coro “chi dona luce al cor” ristagna), con il risultato di chiuse a volte troppo cariche d’intenzioni. Comunque la “regia” orchestrale era la cosa più personale di questo Attila, nonché la sua ragion d’essere: tra i protagonisti ci sono quattro belle voci che cantano bene, garantiscono un’alta qualità, ma non lasciano il segno. A partire da Ildar Abdrazakov, Attila drammaticamente coinvolto e raffinato interprete di parola, ma un po’ indietro in quella caratura e ampiezza di canto che è specchio della sua sorprendente nobiltà interiore. Saioa Hernàndez, per contro, è di peso e luminosità svettante, ma il suo strumento resta lì, non scava nell’emotività contrastata di Odabella. George Petean è un Ezio vocalmente nobilissimo senza la doppiezza propria del politico macchinatore. E Fabio Sartori un Foresto squillante e a volte grezzo, ma molto disciplinato nel dosare fiati e ritenzioni espressive nel duetto e nell’aria del III atto (l’alternativa “O dolore”, scritta da Verdi per la Scala nel 1846 e ripristinata da Chailly): dell’amante in esilio gli manca però la malinconia, la nostalgia, il timbro.
Lo spettacolo è stato ripreso da Rai1, e la regia di Davide Livermore sembrava fatta apposta per piacere alle platee televisive: parte bene con la scena di un’occupazione militare nella Roma, Parigi o Berlino della seconda guerra mondiale, con una Odabella ribelle e sfrontata come nel remake di una pellicola neorealista. Belli i palazzi sbreccati e le chiese sventrate dalle bombe di Giò Forma; giusti i costumi anni quaranta di Gianluca Falaschi. Poi però il discorso visivo, lanciata la provocazione iniziale, sembra accontentarsi di un generico bel vedere. A fronte delle accattivanti proiezioni in led wall che descrivono ambienti e spiegano ragioni e antefatti (l’uccisione del padre di Odabella, che motiva la sua sete di vendetta), e al netto del virtuosismo che dipinge la scena raffaellesca dell’incontro tra Attila e papa Leone, il lavoro registico tralascia le perturbazioni meteorologiche e quelle dell’anima dei protagonisti.
Andrea Estero

 

 

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234 - Novembre 2018
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