Wagner – I Maestri cantori di Norimberga

Gatti ha diretto Die Meistersinger a Salisburgo e a Zurigo. Ma questa scaligera è la sua direzione più bella
interpreti M. Volle, M. Schade, J. Wagner, M. Werba, A. Dohmen, A Lapkovskaja
direttore Daniele Gatti
regia Harry Kupfer
teatro alla Scala

218_K65A8568MILANO – Germania anno zero. L’ambientazione dei Maestri cantori di Harry Kupfer cita Rossellini. Ma la cattedrale gotica diroccata non è più circondata da cumuli di macerie. Le impalcature la sostengono. La vita ha ripreso a svolgersi intorno alle sue mura. E sullo sfondo crescono le gru, si alzano i nuovi edifici. È partita la ricostruzione. Giustissimo. Non solo perché quest’opera non può continuare a vivere “in negativo”, nel continuo tentativo di liberarsi del marchio infamante impresso dal nazismo, giustificando ogni sua messa in scena col denunciarlo. Ma soprattutto per ragioni più profonde e intrinseche: la necessità, per Wagner, non tanto del ripristino di una civiltà, ma di una sua completa rifondazione. Il punto – che il vecchio Hans Sachs deve ammettere – è che le antiche regole non bastano, è necessaria una sintesi nuova. Certo, “l’arte dei maestri” va rispettata, perché garantisce la tecnica; ma lo spirito, l’anima, della Germania che sta per essere edificata la porta il giovane Walther: non sta nel “piccolo mondo antico” della vecchia Norimberga mostrato dalle ingenue ricostruzioni alla Wolfgang Wagner.
120_K61A3418L’impostazione visiva è peraltro molto simile a quella del Cavaliere della rosa allestito alla Scala da Kupfer l’anno scorso (e fresco vincitore del Premio Abbiati), con gli sfondi della Vienna imperiale immersi in trascoloranti scale di grigi. Non per niente in questo spettacolo, già visto all’Opera di Zurigo (e ripreso alla Scala con aderenza e una vivacità quasi superiore all’originale da Derek Gimpel), Kupfer recupera in parallelo lo spirito da commedia, che ne è complemento essenziale: non il buffo che si è visto in precedenti tentativi di alleggerimento (McVicar a Glyndebourne si è spinto a fare di Beckmesser un Don Bartolo rossiniano), ma lo sguardo divertito, affettuoso e talvolta ironico, rivolto anche verso lo stesso percorso artistico d’autore, sanzioniato dalle citazioni del Tristano. Il lavoro sui personaggi è splendido: naturale, fluido, ammiccante nelle discussioni dei loquaci maestri. Spiritoso ma non caricaturale, neanche in Beckmesser. Da “Oper” senza aggettivi, come indicato sul frontespizio da Wagner.
Daniele Gatti ha diretto Die Meistersinger a Salisburgo e a Zurigo. Ma questa scaligera è la sua direzione più bella. Perché alla trasparenza, al brio, al calore delle recite salisburghesi ha aggiunto grazie al controllo completo della partitura una libertà nuova, fatta di accensioni improvvise e poi trattenute, scatti frenetici e fughe in avanti che l’orchestra interpreta al meglio nello spirito, se non sempre nella lettera. Per non dire del coro, protagonista di una baruffa risolta dal direttore di slancio, senza “solfeggiare” la polifonia. Gatti centra così la dialettica tra parodia (lo stile comico e “artificiale” del contrappunto, estraneo a Wagner) e la liberazione dalla stessa, nel ritrovare ogni volta il “vero” Richard: negli scatti incontenibili come nelle più assorte meditazioni armoniche.

124_K61A3438E qui non possiamo non ricordare il contributo determinante di Michael Volle, un Hans Sachs intensissimo, poetico, fino alla fine padrone della voce e della scena. Al pari, quasi, di Markus Werba, Beckmesser nobile, lirico, arguto ma non vocalmente arcigno. Un gradino sotto la spigliata Eva di Jacquelyn Wagner e il solido Pogner di Albert Dohmen. Il Walther stridulo, tutto di gola, di Michael Schade è giudicabile solo a metà, dato che sul più bello ha rinunciato a cantare, ritirandosi dalle successive rappresentazioni. Ma è di sicuro discutibile averlo previsto nel cast e portato in quelle condizioni alla “prima” di un allestimento che altrimenti avrebbe rasentato la perfezione.
Andrea Estero

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