Bellini Norma

interpreti S. Yoncheva, S. Ganassi, J. Calleja, B. Sherratt
direttore Antonio Pappano
orchestra Covent Garden
regia Alex Ollé
regia video Jonathan Haswell
sottotitoli Ing., Fr., Ted., Cor., Giap.
dvd Opus Arte 1247D
prezzo 29,90

La luna, il bosco fascinoso, il Bellini liricissimo e compagno in romanticismo di Chopin: non s’usa più. Devo confessare che mi manca parecchio, anche quando viene compensato da un intelligente lavoro drammaturgico sul tipo di quello condotto dalla coppia Leiser-Courier per Cecilia Bartoli mutata nell’Anna Magnani di Roma città aperta coi Druidi partigiani a fronte dei Romani tedeschi occupanti. Lavoro drammaturgico che comunque (come anche nello spettacolo monacense pur tanto inferiore di Jürgen Rose), mirava a potenziare, rendendolo nostro quasi contemporaneo, l’antagonismo tra due popoli, due fazioni opposte, insomma quel conflitto tra dovere d’appartenenza e pulsione sentimentale che da Romeo e Giulietta in poi ricorre continuamente nella letteratura. La Fura dels Baus guidata da Ollé vi rinuncia. I Druidi sono una confraternita religiosa sicuramente di ultradestra (una sorta di Klu-Klux-Klan), entro un regime totalitario che un regista catalano non può mancare di riferire a Franco – ne compaiono diversi cloni, difatti, con tanto di divisa militare e occhiali neri – nella quale officiano anche le donne, giunte con Norma al vertice della piramide organizzativa. In un luogo non precisato che è una giungla di croci tutte embricate una sull’altra. Chi siano però i Romani, non ci viene detto e soprattutto non mostrato (una setta rivale? l’ordine costituito che si vuole rovesciare?): col che l’asse portante della vicenda sfuma non di poco.
Belle immagini, di per sé, benissimo riprese e valorizzate da Haswell (non ho visto lo spettacolo dal vivo, ma sospetto sia questo un caso in cui il video migliora il palcoscenico): ma restano un tantino troppo autoreferenziali, allineando soluzioni di forte impatto teatrale ad altre molto più interlocutorie.
Tra le prime, porrei il primo duetto Norma-Adalgisa. Che è molto lungo, l’estasi canora bloccando quasi sempre la situazione in una sorta di stop-frame alla quale può rimediare solo un’esecuzione tanto buona da sviare l’attenzione dal momento scenico. Qui, formidabile l’idea di Adalgisa che va al confessionale dove sta seduta Norma, e riversa nel segreto della confessione la sua piena sentimentale, che logicamente travolge la pretessa portandola molto prossima – stante la sua separazione fisica – a una sorta d’autoerotismo che riflette benissimo l’onda canora. Tra le seconde, l’inizio del second’atto: coi bambini che guardano alla televisione il celeberrimo cartone Watership Down e poi scorrazzano su e giù col triciclo, contrappuntando assai fastidiosamente il secondo duetto delle donne. E il colpo di pistola alla nuca col quale sulle ultime note Oroveso risparmia alla figlia l’agonia del rogo, a me pare sminuisca parecchio la tragica maestosità costruita tanto sapientemente dalla musica.
Sonya Yoncheva fa rimpiangere solo minimamente la rinunciataria Anna Netrebko di cui ha preso il posto con scarso preavviso. Gran bella voce al pari della figura; linea costruita e proiettata con tecnica più che solida; musicalità eccellente nel controllarla, con in particolare dei legati morbidi e compatti; notevole temperamento nel plasmare un fraseggio sicuramente perfettibile ma già più che notevole: il carisma scenico lo s’intravede, ma per esserne certi occorrerebbe spettacolo più articolato e fantasioso. Sonia Ganassi ha da sempre Adalgisa quale personaggio forse il più congeniale: voce ancora rigogliosa, legati ancor più perfetti della collega, gioco dinamico sempre spettacoloso al pari dello sgranarsi d’una coloratura più che mai inserita in un ventaglio espressivo chiaroscuratissimo. Molto al di sotto il Pollione di Joseph Calleja: timbro poco bello nelle sue inflessioni sempre un po’ caprine, afflitte inoltre da un vibratino stretto poco bello da sentire, che lede non  poco il fraseggio rendendolo monotonamente lagnoso. Atroce in ogni nota l’Oroveso di Brindley Sherratt che non avevo avuto ancora la disgrazia di sentire: esperienza che spero di non dover affrontare mai più. Pappano dirige con la consueta abilità nel sostenere il canto, ma con un ventaglio di colori e di sfumature un tantino troppo mingherlino: e il coro si copre di gloria assai moderata.
Elvio Giudici

 

 

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