Macbeth, quando le streghe partoriscono

Il riallestimento di Emma Dante convince anche negli spazi dilatati dello Sferisterio

Le cronache e gli ordini di servizio sottovoce ricordano che Emma Dante, impegnata nel suo film, è stata solo virtualmente presente al rimontaggio del suo spettacolo; infatti non c’era tra gli interpreti a ricevere le acclamazioni del pubblico. Ma il “suo” Macbeth verdiano (Palermo 2017, poi al Regio di Torino), lettura scenica registicamente “firmata” con inconfondibile urticante veemenza, ha riportato al Macerata Opera Festival l’entusiasmo degli spettatori. E il sorriso ai responsabili, che hanno già annunciato il programma “biancoraggio” del 2020: Tosca, Don Giovanni e Trovatore. Nella compilazione artistica della locandina non c’era nulla di inesatto o incoerente. Per non sbagliare la “regia” verdiana era anzitutto nelle mani musicalmente salde e nelle idee precise di Francesco Ivan Ciampa, in questi giorni in comproprietà professionale con l’Arena di Verona per Aida. Il giovane direttore ha governato la complessa partitura con acume, gesto generoso (fin troppo “alla Oren”, a volte) e reattivo come un maestro d’altra generazione: nel II atto ad esempio ha raddrizzato i concertati rimediando alle distratte amnesie dei protagonisti, e non s’è persa una croma del coro sparpagliato in platea per l’Inno di libertà conclusivo. E prima l’ha indagata e approfondita con saggezza e competenza, rilevandola con gusto teatrale e perspicacia. Galvanizzando l’orchestra (ma potendo fare poco con la debole banda) e cavando a Roberto Frontali coloriti e intenzioni appropriate e varie, segno di un caparbio lavoro di preparazione in sala che Verdi avrebbe approvato. Così la voce non giovane né fresca del Macbeth di Frontali è stata affinata al massimo; instradata a un’interpretazione convincente, cresciuta atto dopo atto. Dando perfino soddisfazione all’aria della morte inserita proditoriamente – ma com’è da tradizione ormai – prima del finale regolare dell’edizione 1865 adottata ma purtroppo senza i ballabili: la ricreazione dello spettacolo, per di più all’aperto e con un gruppo di ballerini così moderni e duttili a disposizione avrebbe dovuto indurre a farlo. Lavoro rovesciato, Ciampa deve avere condotto per orientare al dettato verdiano la voce energica e giovane (quasi troppo esuberante per le precisazioni drammatico-espressive d’autore) della Lady Macbeth di Saoia Hernandez. Lei le ha assecondate solo in parte, risolvendo l’ostica parte con la consueta personalità di canto omogeneo e volitivo. Ottimo il debutto nella parte di Banco di Alex Esposito, un cameo prezioso. Lodevole nell’aria – preceduto da un’esecuzione del “Patria oppressa” che ha ricordato l’eccellente lavoro sul coro di Martino Faggiani – e nel finale il tenore Giovanni Sala, ben scelti Fiammetta Tofoni, Rodrigo Ortiz e Giacomo Medici.
Tra l’inarrestabile gravidanza delle streghe (bambini e presagi) che “nascono” dal velo-placenta insanguinata e il tono siculo-scozzese-religioso dilagante (dai gesti dei soldati e delle apparizioni in stile pupi alla foresta di cactus “armati”), la produzione riallestita da Giuseppe Cutino non ha sofferto il ripensamento per il palcoscenico dello Sferisterio, suggestivamente impossibile e sviluppato solo in larghezza. Con l’intelligente utilizzazione del grande arco di sfondo, una ridistribuzione orizzontale ingegnosa delle gigantesche corone-cancellate fondamento della scenografia di Carmine Maringola, di alcune bellissime situazioni sceniche (la spianata di sudari nell’aria con coro, l’assedio di letti da ospedale per la Lady non può più prendere sonno e per ciò ci muore, il cupo trono-isola sui cui rimane prigioniero Macbeth nel finale secondo o la struggente nudità abbandonata di Duncano che diventa ostensorio-Madonna trafitta e in cui è facile riconoscere la “profezia” del corpo morto di Macbeth lastricato di spade) e del disegno coreografico generale di Manuela lo Sicco su cui la regia si costruisce. Ma che non potrebbe funzionare senza la disciplina, il ritmo e la bravura dei mimi-ballerini. Anzi, nel respiro complessivo, non forzato alla verticalizzazione obbligata dei palcoscenici tradizionali, le immagini e la narrazione sospinta tra simbologie e fisicità senza compromessi, spiccano con maggiore forza. Anche se, allo stesso tempo, si rimpiange un po’ che la regista non abbia sorvegliato di persona i gesti dei protagonisti.

Angelo Foletto

 

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